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Pupottina's favorites book montage

Dimmi il tuo segreto
Io la troverò
Dove si annida il male
Il confine del silenzio
Tutto ciò che resta
Io so perché canta l'uccello in gabbia
Africa, mon amour
Fiore di fulmine
Amore, Parigi e un gelato al pistacchio
La ragione dei sensi
Sherlock Holmes e il Signore della notte
Addio è solo una parola
All'improvviso la scorsa estate
La stagione degli innocenti
Scia di morte. L'ultimo viaggio della Lusitania
L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome
I piaceri della notte
Nessun ritorno
Campari a colazione
Per te qualunque cosa


Pupottina's favorite books »
L'amore è la risposta, ma mentre aspettate la risposta, il sesso può suggerire delle ottime domande. (Woody Allen)
"Non discutere di cose di letto con tatto e discrezione. Potrei non capire di cosa parli." (L'ispettore Barnaby)

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venerdì 12 settembre 2014

Anteprima: solo in ebook l'incipit del nuovo romanzo di Cassandra Rocca

SOLO IN EBOOK
Cassandra Rocca
Tutta colpa della gelosia. Tutta colpa di New York 2.5

IN ESCLUSIVA LE PRIME PAGINE DI MI SPOSO A NEW YORK, IL NUOVO ROMANZO DI CASSANDRA ROCCA

Dall'autrice dei bestseller Tutta colpa di New York e Una notte d'amore a New York


Far innamorare una donna è difficile, ma è subito dopo che iniziano i veri problemi. O almeno è ciò che pensa Eric Morgan, ancora incredulo all'idea di aver finalmente conquistato il cuore della donna dei suoi sogni. La sua storia con Zoe Mathison è appena cominciata e lo rende felice, ma la prorompente bellezza della sua ragazza continua ad attirare l'attenzione degli altri, mettendolo in crisi. Non è sicuro di riuscire a mantenere vivo l'interesse di una donna abituata a uomini ben più audaci di lui e, durante la loro prima uscita ufficiale come coppia, la gelosia prenderà ben presto il sopravvento, rischiando di rovinare tutto.
Perché quando si trova finalmente l'anima gemella la paura di perderla riesce quasi a oscurare la felicità?
 

giovedì 24 ottobre 2013

Incipit ... Tutto quello che facciamo per amore

 "Se in quel momento avessi sbattuto le palpebre, mi sarebbe sfuggito.
Ma non l'avevo fatto, e avevo visto qualcosa cadere dal ponte posteriore del traghetto che procedeva nell'altra direzione. Poteva essere un sacco della spazzatura o una bambola. Sarebbe stato più verosimile di quello che invece mi era sembrato di vedere: un visino con gli occhi sbarrati, congelato come in un fermoimmagine mentre precipitava dell'acqua."

Letto questo incipit, non sono riuscita più a fermarmi ...

venerdì 18 ottobre 2013

L'uomo della sabbia ... L'incipit

L'incipit è molto importante in un libro. Nel momento in cui si deve scegliere, tra i tanti libri in casa, quale leggere, se l'incipit ti cattura, la scelta è fatta.


Ecco l'interessante incipit di un libro da divorare, l'ultimo thriller scritto dai coniugi scrittori, Lars Kepler.

"E' notte fonda, dal mare arrivano folate di neve. Un ragazzo avanza sopra un alto ponte ferroviario in direzione di Stoccolma. Ha il volto incolore, come vetro appannato. I suoi jeans sono duri di sangue congelato. Cammina in mezzo ai binari, scavalcando le traversine. Cinquanta metri più in basso, simile a una striscia di tela bianca, il ghiaccio ricopre l'insenatura. Gli alberi candidi e le cisterne del porto s'intravedono appena; la neve vortica nelle luci della gru dei container giù in fondo.
Dall'avambraccio sinistro del ragazzo un rivolo di sangue caldo cola giù nella mano, gocciolando dalla punta delle dita.
Un fruscio e un tremito increspano la notte quando un treno imbocca il ponte lungo due chilometri, avvicinandosi."


martedì 10 settembre 2013

Incipit --- Niceville di Carsten Stroud

Ciao, Amici Blogger !

Torno a parlarvi dell'uomo con la faccia da scrittore di thriller di successo, Carsten Stroud.

Di lui vi ho già anticipato qualcosa QUI.

In realtà, potrebbe anche fare l'attore, ma ha deciso di farci provare brividi narrando storie che ci tengono sul filo del rasoio, mentre cerchiamo di dipanare quella moltitudine di segreti di cui sono costituite le sue storie.

Prima di dirvi come ho trovato il suo romanzo, Niceville, vi propongo l'incipit, poiché è da tanto che non lo faccio ...

"Il dipartimento di polizia di Niceville riuscì in meno di un'ora a identificare l'ultima persona che aveva visto il bambino ancora vivo. Era un uomo di nome Alf Pennington, proprietario di un negozio di libri usati sulla North Gwinnett, vicino all'incrocio con Kingsbane Walk. La sua libreria si trovava proprio lungo il tragitto che il ragazzino, il cui nome era Rainey Teague, percorreva di solito per tornare da scuola, la Regiopolis Prep, a casa sua, a Garrison Hills."

giovedì 14 febbraio 2013

Un fine settimana cambia la vita?

"Hai  mai avuto l'impressione di essere destinata a giocare? Solo nei sogni ..."

"Se avessi saputo allora quello che so adesso, le cose sarebbero andate in modo diverso.
Non so come e perché la mia vita sia cambiata così radicalmente e così all'improvviso, pur continuando come se nulla fosse. 
Tutto è cominciato un fine settimana che forse, a ripensarci, non avrebbe mai dovuto avere luogo, ma che, mi suggerisce una voce insistente dentro di me forse era destinato a essere quello che è stato ...
E adesso sono alle prese con un tornado psicologico e sessuale che mi ha travolta senza alcun preavviso. O forse mi sono solo sfuggiti gli indizi. In ogni modo, quel che è stato, è stato, e quel che sarà, sarà. Solo che non so come andrà a finire, né so se sopravviverò al viaggio."
(Indigo Bloome)


Sembra solo l' incipit di un romanzo che può apparire misterioso ed esagerato, ma, non so a voi, ma a me è capitato ... E' capitato che un weekend di tanti anni fa mi cambiasse la vita fino al punto in cui sono oggi. A me è andata bene e spero sia lo stesso per la protagonista dei romanzi in questione, quelli famosi della serie Incontri Proibiti. San Valentino è magico proprio perché c'è stato quell'incontro un weekend lontano nel tempo ...

Anche a voi è capitato che un fine settimana vi cambiasse la vita?

martedì 7 febbraio 2012

Qual è il vostro habitat preferito?

Un incipit così, merita un post ... soprattutto in questi giorni gelidi.

Trentaquattro gradi e mezzo. Novantasette per cento di umidità.
D'estate giù nel Sud fa un caldo pazzesco, ma vale la pena sopportarlo in cambio di inverni tanto brevi e miti. Le stagioni, i vari climi, mi piacciono un po' tutti. So apprezzare una nuvolosa, piovigginosa giornata autunnale - l'ideale per raggomitolarsi a leggere un buon libro - tanto quanto un azzurro e terso cielo estivo, anche se non vado pazza per la neve e il ghiaccio. Non so come facciano gli abitanti del Nord a sopportarli. Tuttavia immagino che sia un bene che ci riescano, altrimenti scenderebbero tutti in massa qua da noi.
Abituata alla soffocante calura meridionale, me ne stavo distesa sul bordo della piscina nel cortile posteriore della casa dei miei genitori con indosso il mio bikini preferito a pois rosa ...
Karen Marie Moning

Ecco il posto dove vorrei stare in questo momento, per non soffrire più il freddo di questi giorni tremendamente gelati ...
Sto pensando di trasferirmi nel Sud della Georgia, magari proprio a casa della protagonista femminile del libro.
Mentre leggevo, mi concentravo, cercavo di fare forza con la mente, cercavo di ipnotizzarmi per riuscire a persuadere anche il mio corpo di essere in quella bella e calda situazione, ma, ahimè, i poteri della mia mente non sono legati alla mia reale percezione del freddo. Ahahahah!!!
Non so se a voi piacerebbe trascorrere così l'intera giornata, ma a Pupottina basterebbe una mezza giornata di caldo per rigenerarsi un po', poiché il suo habitat naturale si agira proprio intorno ai 30 gradi.
Voi dove vorreste vivere in questi giorni freddi e pieni di neve e ghiaccio?

domenica 15 gennaio 2012

Romanticamente Paranormal

Care Amiche Blogger,
per capire se un libro ci piace, bisognerebbe poter fare sempre questo, cioè leggerne l'inizio. Se ci colpisce, si può anche acquistarlo e proseguire nella lettura.
La trama di questo Blue Nocturne Harmony a Pupottina era già piaciuta, quando si era soffermata a leggerla. Adesso l'ha convinta ancora di più ;-)
Leggendolo, trascorrerà delle belle ore romanticamente fantasy.
Disponibile QUI, dal 16 gennaio.

Ecco la trama, anche per voi.
Lokan Krayl è vivo, il suo corpo si è ricongiunto all'anima che gli era stata sottratta. Ora, per scoprire chi lo ha ucciso e perché, deve fuggire dagli Inferi, e c'è un solo modo per farlo: varcare i Dodici Cancelli di Osiride, il suo eterno nemico. E per farlo ha bisogno di Bryn, la guida mandata dai suoi fratelli. Un baratro di menzogne e verità taciute li divide, eppure quella donna seducente e bellissima suscita in lui un desiderio travolgente e inspiegabile che nemmeno il tempo ha saputo spegnere. Ma come può mettere il proprio destino e quello del mondo mortale e immortale nelle mani dell'unica persona di cui non può fidarsi?
MINISERIE "OTHERKIN - L'ALTRA STIRPE"di Eve Silver.

mercoledì 16 novembre 2011

Sedicenni date in spose? E' un futuro che non vogliamo, ma che ci piace leggere ...

Cari Amici Blogger,
cosa accade quando si realizza la cosa maggiormente indesiderabile possibile?
Che cosa posssiamo fare? Cosa può fare il genere umano?
Se non ne abbiamo idea, forse possiamo prendere spunto da quello che si narra nel romanzo a 4 mani di Alessandro Gatti e Manuela Salvi (nella foto - Nata nel 1975. Si è laureata in Grafica e Comunicazione presso l’Isia di Urbino e dal 2004 collabora con la Mondadori Ragazzi come copyeditor e traduttrice. La sua carriera di scrittrice è iniziata invece nel 2005 con l’albo illustrato Nei panni di Zaff edito dalla Fatatrac. Da allora ha scritto diversi albi con prestigiose case editrici, e altrettanti romanzi, spaziando in ogni fascia d’età, genere e argomento. I suoi libri sono stati tradotti in Francia, Spagna e Germania. Dal 2007 è al timone del portale di critica e informazione letteraria www.editoriaragazzi.com e nel 2011 ha pubblicato il manuale “Scrivere libri per ragazzi” con Dino Audino Editore.), dal titolo "Picabo Swayne Le storie della camera oscura" (Collezione Teens, pag. 256, 9,90 euro, 978-88-347-1784-4). E' una bellissima storia di fantascienza per ragazzi, ma anche per adulti, ambientata nel peggio che possa accadere, in un mondo futuro che vuole cancellare tutti i ricordi.
Una ragazzina di nome Picabo Swayne, grazie a una macchina fotografica magica può salvare il mondo dalla rovina. E' uno dei libri che viene pubblicato questo mese da Fanucci Editore e Pupottina l'ha già adocchiato come probabile regalo natalizio per qualche ragazzina di sua conoscenza, le sue vicine di casa, quelle che si insediano da lei per guardare la tv. Magari riesce a farle rimanere nella loro casa, attaccate alle pagine di un libro. ;-)
Pupottina vi propone ne le prime pagine.
Ecco il Prologo e il primo capitolo:

16 febbraio 2095

Era possibile, lo sapevamo tutti. Ma per molto tempo ci è sembrata lontana, così lontana che era facile non pensarci.
E poi è arrivata. La fine del mondo. Del nostro mondo.
Gli eventi che nessuno di noi aveva voglia, o forza, o coraggio di immaginare ci hanno travolti in pochi giorni. Ed è stato peggio, molto peggio dell’immaginabile. All’improvviso si sono spente le luci, un blackout totale che ha sprofondato la città in un panico assoluto. Sento le sirene di autoambulanze e polizia che gridano nel buio, mentre scrivo a lume di candela su questo pezzo di carta con una vecchia penna a sfera. Avevo dimenticato come si fa, a scrivere senza tastiera.
Già da tre mesi Coldbay è stata blindata e nessuno può entrare o uscire. Dicono sia per le polveri tossiche che vengono da est, ma io sospetto ci sia qualcos’altro. Capire cosa, però, è impossibile.
Tutti gli schermi sono neri e muti, non c’è possibilità di ricevere notizie, e Andreas è fuori con Barnaba. Non mi fido più di Cox: da quando c’è stato l’annuncio della crisi energetica è come impazzito. Non credo più nemmeno a tutte quelle storie che ci ha raccontato sui soldi che si è procurato per avviare il progetto del Grande Inceneritore. Andreas ne è entusiasta, ma per lui a volte l’oceano è più importante di tutto il resto.

Comincio a pensare che mio padre avesse ragione. E di aver fatto bene a non parlare in giro della macchina fotografica.
Scrivo per avere memoria degli eventi, e per lasciarne traccia a chi verrà dopo di noi. È la memoria la cosa più importante, in questo momento. Non dimenticarci chi siamo, cosa abbiamo fatto e come siamo arrivati a questo punto.
Si parlava di crisi globale già dall’inizio del millennio. Ma solo adesso, solo la nostra generazione ha toccato con mano cosa significassero quei segnali che sono stati ignorati per decenni.

Nel 2090, il Pacific Trash Vortex ha raggiunto le coste americane.

Un’immensa marea di rifiuti in putrefazione, disgregati dalla salsedine e dal sole, si è abbattuta sulle spiagge e ha chiuso Coldbay in una palude pericolosa, di cui non si conoscono la composizione né le nuove specie animali che vi hanno prolificato, mutando e diventando dannose per l’uomo.

‘Immensa’ non rende l’idea. Tutto è iniziato da una chiazza di rifiuti radunati e spinti dalle correnti in un punto al largo del Pacifico. La chiazza è diventata grande due volte la Francia. E ha continuato ad allargarsi. Finché nel 2090 ha unito la costa americana a quella dell’Asia.

Andreas ha lottato al fianco delle associazioni ambientaliste

fin da quando era un ragazzino, ma non c’è stato niente da fare.

L’oceano Pacifico è perduto e l’espansione del Vortex non si è fermata.
Con l’ecosistema marino distrutto, la crisi del petrolio e il global warming, tutto è precipitato, a catena. Ma non pensavamo che si sarebbe arrivati a questo. Al buio, all’oscurità. Al silenzio, rotto solo dalle sirene incessanti. I grattacieli e i palazzi sono neri, dalla mia finestra ne intravedo le sagome nella notte. Se davvero siamo alla Crisi Energetica
Globale, come faremo a sopravvivere? Tutta la nostra civiltà si fonda sull’uso della corrente elettrica e delle tecnologie informatiche. Siamo perduti. Vorrei solo che Andreas tornasse a casa, sapere che sta bene. Mio padre diceva sempre: È solo guardando il passato che si può capire il presente. E solo alzando la testa verso il futuro si possono superare gli errori del passato. Ma il futuro è avvolto dall’oscurità, impossibile scorgerlo. E il nostro presente? Da mesi spariscono persone, il Governo
raccoglie libri, ci è stata imposta la consegna di tutto il materiale cartaceo considerato inutile, come riviste, giornali, vecchi quaderni, fotografie. A che scopo?
Ho paura che stiano cercando di cancellare la nostra memoria. Si parla con ottimismo di Civiltà Nuova, ma cosa significa?
Ho paura. Ho paura che si perda il controllo, che la paura stessa ci spinga ad agire senza considerare le conseguenze profonde delle nostre scelte. La mia amica Amelia aveva cominciato a portare via libri dalla biblioteca in cui lavora e a nasconderli in casa. Le ho dato della pazza, ma adesso non lo so più. Vorrei capire cosa sta succedendo. Vorrei solo che le sirene smettessero di urlare e che tornasse
la luce. Mi sono alzata per premere l’interruttore. Ma tutto è rimasto buio e immobile. Smetto di scrivere, è meglio conservare la candela.

Penelope Swayne
Prima parte
Si doveva vivere (o meglio si viveva, per un’abitudine
che era diventata, infine, istinto) tenendo presente
che qualsiasi suono prodotto sarebbe stato udito e che,
a meno di essere al buio, ogni movimento sarebbe stato visto.
GEORGE ORWELL, 1984

1

Quando rientrò a casa quella sera, Picabo non trovò sua madre Penelope.

Non era in salotto, con un bicchiere di ecotè in mano, e nemmeno al lavoro nella camera oscura. Picabo non udì la sua voce che la rimproverava perché aveva di nuovo tardato, né sentì l’odore del cibo riscaldato per la cena.
«Mamma?»

La cercò nelle stanze in penombra, l’eco pesante dei suoi anfibi sul pavimento di legno che risuonava come
un boato nel silenzio.

Si avvicinò a una delle finestre e scostò la tendina: la via era deserta e priva di illuminazione, con le facciate dei palazzi immobili e avvolte dalle prime ombre della notte. Gli abitanti di Coldbay erano rincasati al tramonto, come da Programma, e la città era piombata in una quiete innaturale.
Sua madre avrebbe dovuto essere già a casa.

Tonfi leggeri di passi provenienti dal piano di sopra, accompagnati da uno scricchiolio di vecchie assi e dal

suono ovattato di un sassofono, ruppero il silenzio. Picabo non era sola, nel quartiere di Red Bricks. I suoi amici si preparavano per la lunga serata. Ma in quel momento neanche la loro presenza nel palazzo le era di conforto. Non può sparire come gli altri, si disse, trattenendo le lacrime. Aveva sempre detto che non l’avrebbero presa.
Si sedette sul divano ad aspettare. Tenne gli occhi fissi sulla porta d’ingresso, concentrandosi.
Torna, pensava, torna. Un rumore di bestia che rosicchia e gratta la raggiunse dal battiscopa dietro la poltrona di velluto stinto. Picabo non si mosse e sbatté le palpebre, come se servisse a vederci più chiaro nell’oscurità che le era calata addosso gradualmente, un minuto alla volta.
Sentì di nuovo grattare con insistenza.

«Vattene via» gridò, stringendo i pugni. In quel momento voleva solo concentrarsi su quella stupida porta

che rimaneva chiusa. Ma l’animale aveva un compito e non se ne sarebbe andato prima di averlo portato a termine. Se non l’avesse liberato dal battiscopa, presto avrebbe cercato un’altra via per infilarsi nel soggiorno. L’ultima volta era passato da una crepa all’interno della credenza, in cucina, e si era fatto uno spuntino con le loro razioni alimentari. Sua madre non era stata affatto contenta. Lei odiava i ratti.

Torna, pensò di nuovo Picabo, serrando le labbra. Era insopportabile, il vuoto.

Si decise ad alzarsi, con movimenti stanchi. Spostò la poltrona e tirò via il battiscopa, che cedette facilmente, rivelando un buco nel muro. Un ratto saltò fuori dall’apertura e si mise a zampettare in circolo attorno alla stanza, schivando i mobili con rapida precisione prima di fermarsi di nuovo davanti a Picabo.

«Hai ragione, non dovevo farti aspettare. Tutto questo non è colpa tua» gli mormorò lei.

Prese il topo, che si lasciò sollevare senza opporre resistenza, e si rimise in piedi. Raggiunse la piccola scatola di controllo che gestiva l’impianto elettrico del soggiorno, posta sul muro accanto alla porta d’ingresso, e tirò fuori dalla tasca posteriore dei pantaloni una tessera magnetica di plastica rigenerata. Quando la infilò nell’apposita fessura, la lampadina appesa al soffitto si accese lentamente e nella stanza si diffuse una luce fioca appena sufficiente a distinguere i mobili e gli oggetti. Eppure, le ferì gli occhi come se si fossero sprigionati migliaia di watt. Picabo ricacciò di nuovo le lacrime indietro e guardò il ratto che teneva tra le mani. Sulla schiena, legato con un laccio di gomma, aveva un pezzo di plastica rigenerata. Riconobbe le lettere incise nella plastica con grafia rigida e incerta: Fitz. Il suo vicino che aveva la fissazione del DreamBox.

Infatti, il suo messaggio era il solito: Shot

Fitz era cresciuto nel quartiere di Hunters Point, e come tutti i ragazzi di quella zona amava le immagini digitali. Da quando si era trasferito a Red Bricks era riuscito a disintossicarsi e aveva imparato a occupare il suo tempo libero in altri modi. Ogni tanto, per esempio, suonava il sassofono. Ma se chiedeva a Picabo di condividere uno shot con lui, perché gli shot condivisi erano meno pericolosi per le cellule cerebrali, voleva dire che si sentiva nostalgico, o agitato, o insofferente. Una qualsiasi delle emozioni negative nell’ampio spettro dell’animo umano.

Picabo lasciò andare il ratto, che sparì nel buco da cui era uscito, fulmineo. L’idea di uno shot in quel momento era confortante anche per lei. Per una volta non le importava ciò che sua madre pensava del DreamBox.

«Non si risolvono i problemi facendo credere al cervello di essere da un’altra parte, Picabo» le ripeteva. «Tu
sei qui, adesso. È con questo che devi fare i conti.

E tu dove sei, adesso?, pensò, con un peso indefinibile sul cuore e un velo di rabbia.

Da quando era nata, Picabo sapeva che quel momento sarebbe potuto arrivare. Arrivava per tutti. Ma sua

madre era sempre sembrata sicura che avrebbe trovato il modo di evitarlo, come con ogni regola della Civiltà Nuova che non le andava giù.
Penelope Swayne sapeva come tirarsi fuori dai guai.
Sapeva cosa era giusto e cosa sbagliato. Sparire, lasciando una figlia quasi sedicenne ad affrontare la vita che era prevista per lei, come per tutti gli abitanti di Coldbay, non rientrava tra le cose giuste.

Picabo si pulì il naso con la manica della maglia fatta di toppe colorate ed estrasse la tessera dalla scatola di controllo. Mentre la lampadina tornava lentamente a spegnersi, lei aprì la porta d’ingresso e scivolò fuori, nell’androne del palazzo. Il monolocale di Fitz era al primo piano. La porta era già aperta: le bastò spingerla per entrare e ritrovarsi nell’unica stanza in cui viveva il suo nuovo amico, arredata con pochi pezzi malridotti ma profumata di un’essenza strana che Picabo non riusciva a identificare.

«Bel buio, stanotte» esordì Fitz, alzandosi da un divano senza gambe rivolto verso la finestra. Indossava un

paio di boxer e nient’altro. Aveva la stazza di un armadio e un’espressione buona dietro le cicatrici che gli sfregiavano il viso.

«Non più pesto del solito» replicò Picabo. «Ma perfetto per uno shot. Ciao, Myra.»

Una ragazza longilinea, dalle spalle molto ampie, le fece un cenno dal divano, sventolando il braccio. La ragazza di Fitz, che quasi ogni notte veniva a dormire a Red Bricks con lui, ma di giorno viveva a Hunters Point. Avvicinandosi, Picabo notò che anche lei era a torso nudo.

Picabo fece una smorfia involontaria. Le ragazze di Hunters Point andavano contro le regole solo perché sapevano che non avrebbero vissuto tanto a lungo da dover rientrare nel Programma obbligatorio di Procreazione. Ma a lei non sembrava un motivo sufficiente per comportarsi come una...

«So quello che pensi di me» continuò Myra, senza muoversi dal divano. Aveva i sensi ipersviluppati e percepiva ogni vibrazione che aleggiava nell’aria, come se leggesse nella mente degli altri. Si era accesa una di quelle sigarette mefitiche che si vendevano al mercato nero, come se non le bastassero tutti i veleni che respirava ogni giorno nel suo quartiere. «Guarda che io a Fitz gli voglio bene davvero. Lo conosco da una vita.»

«Conosci un sacco di gente da una vita» replicò Picabo, d’istinto. Si morse un labbro, pentita. Non le piaceva giudicare gli altri. Myra alzò le spalle. Poi le lanciò qualcosa che aveva preso da un angolo del divano. Nella penombra, Picabo non riuscì ad afferrare l’oggetto al volo. Dovette chinarsi a raccoglierlo dal pavimento, sotto lo sguardo divertito di Myra. «Che cos’è?» le chiese, rigirandosi tra le mani una bustina blu, sigillata.

«È il mio regalo di compleanno. Ingoiala se vuoi fare sesso senza aderire al Programma di Procreazione. In

questa città ci sono già abbastanza infelici» rispose la ragazza, sistemandosi i lunghi capelli neri dietro la nuca.

Picabo guardò la bustina, poi Myra, e notò ancora una volta la cicatrice che la ragazza aveva sul polso, nel punto in cui avrebbero dovuto esserci i numeri di identificazione.
«Io non...» mormorò a bassa voce.

«Se i Gendarmi ti beccano con quella, sei finita» la interruppe Fitz, raggiungendole con la scatola del Dream-

Box in mano. La scosse per dare l’idea di quanti meravigliosi shot avesse collezionato. «Nemmeno le immagini digitali irritano Cox quanto qualcuno che cerca di divertirsi senza procreare.

Picabo infilò la bustina in uno dei tasconi dei pantaloni senza fare altri commenti. Myra si alzò, recuperò

dei vestiti da una sedia sbilenca e iniziò a infilarseli con gesti bruschi.
«Be’? Che fai?» le chiese Fitz.

«Lo sai che quella roba mi annoia. Godetevela. Io vado a farmi un giro qui attorno» rispose Myra. Ai ragazzi
di Hunters Point del coprifuoco non importava. Si muovevano nella notte come ombre, e Picabo li invidiava 

per questo. Alei il buio dava sempre una sensazione di disagio. Fitz alzò le spalle e tirò fuori il suo DreamBox dalla tasca: una piastrina grande come una carta di credito, con sopra alcuni tasti rudimentali, in cui era racchiusa tutta la tecnologia illegale del XXII secolo.
Picabo collegò i suoi due auricolari dalla forma conica e appuntita, che penetravano perfettamente all’interno

dell’orecchio, alla doppia uscita del DreamBox di Fitz.
«Tocca a te scegliere» le ricordò Fitz.
«Hai qualche spiaggia nuova?» chiese lei senza esitazione.

«Oh, ma che richiesta insolita» ironizzò Fitz, dandole una gomitata affettuosa. Scavò nella scatola in cui conservava decine di piccolissimi microchip colorati. Ne pescò uno e lo inserì sul retro del DreamBox.

Si infilarono le cuffie e chiusero gli occhi. Aprire gli occhi durante uno shot significava rischiare che la sovrapposizione dell’immagine mentale con quella reale mandasse il cervello in tilt.
«Pronta?»

Picabo annuì e prese la mano di Fitz. Aveva paura di farsi uno shot senza avere il contatto con qualcuno, nella realtà. Temeva di potersi perdere per sempre dentro l’immagine, e ultimamente non era nemmeno più tanto sicura che le sarebbe dispiaciuto. Non appena Fitz premette il tasto play, un’immagine vivida si formò nella loro mente come un ricordo vero e violento. Picabo lasciò che la visione della spiaggia in tempesta

le invadesse il pensiero e colmasse ogni angolo della sua coscienza. Le onde si infrangevano sulla battigia con una potenza maestosa, tra gli spruzzi di spuma bianca. L’acqua limpida abbandonava sulla sabbia conchiglie e stelle marine, mentre il cielo cupo si spaccava all’orizzonte per far passare un raggio di sole che annunciava la schiarita.

Nessuno, a Coldbay, aveva mai visto uno spettacolo del genere. Lo shot durò pochi secondi, un’immagine priva di suoni che lasciò i due amici col fiato corto anche quando fu svanita del tutto. Picabo sentì il cuore che accelerava bruscamente e strinse la mano di Fitz senza aprire gli occhi, aspettando che la tachicardia passasse e tutto riprendesse a scorrere con un ritmo regolare. Il ritmo del presente.
«Wow» esclamò Fitz.

«Era bellissima» sospirò Picabo. Poi, senza sapere perché, scoppiò in lacrime.

Pupottina no lo sa se avete letto o meno, ma  pensare ad un futuro in cui la vita di ognuno è scandita da tempi decisi dal “governo” e in cui le ragazze al compimento dei sedici anni devono prendere marito e procreare la inquieta. E' assurdo per come viviamo  in Occidente adesso, in un periodo nel quale le sedicenni possono solo essere viziate e non  date in sposa. In una situazione di emergenza (ma è poi davvero così?) imperativo è la continuazione della specie umana. In un futuro così che annulla la libertà di scelta con l’imposizione e la violenza, Picabo è in possesso di un oggetto che testimonia l’esistenza di una via d’uscita, la sua sfida è anche la nostra: sovvertire un sistema che non ha ragione d’esistere.

Voi, che cosa ne pensate?
E' brutto fermarsi quando un libro inizia ad entrare nel vivo ... 
Trovate tutto QUI.

giovedì 8 settembre 2011

Uomini e scenari da sparatoria


Cari Amici Blogger,
il film di cui Pupottina vi parla oggi non le è sembrato il solito film d'azione. E non le è sembrato neppure il solito film d'azione, tratto da un videogioco, con il quale, se non ci hai giocato, non ci capisci niente della trama.
Non mancano le esplosioni, le sparatorie e la storia d'amore con la bella di turno. In più c'è una sottile ironia, creata da un eroe che sa di esserlo, come uomo d'azione, ma che è altrettanto consapevole di non essere maldestro sotto la sfera sentimentale.
L'eroe è Til Schweiger ed il film, tratto da un videogioco, è Far Cry.
Ecco QUI i primi 9 minuti di film.
VOTO 7


L'avete visto anche voi?
Come vi è sembrato?

giovedì 25 agosto 2011

n. 1290 - Pupottina e Fright Night


Cari Amici Blogger,
quando Pupottina era un'adolescente irrequieta, adorava un film (ecco l'inizio) e lo ha visto oltre un centinaio di volte, nonostante la cassetta VHS, su cui era memorizzato, fosse rovinata o, peggio ancora, avesse registrato con un segnale mal sintonizzato. O_O
Ma Pupottina adolescente lo guardava e lo riguardava. Sapeva a memoria tutte le battute.
Adesso hanno fatto il remake ed esce oggi nelle sale: Fright Night - Il Vampiro della Porta Accanto

Sarebbe il mio genere anche un bel film con Jason Statham, come Professione assassino.

Atrimenti, ci sono anche:
Come trovare nel modo giusto l'uomo sbagliato
Student Services
Le regole della truffa
Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma
This is England
Cocapop
Kung Fu Panda 2

Voi, quale vorreste vedere?
Quale avete già visto?

mercoledì 25 marzo 2009

n. 421 - Uomini che odiano le donne

"Era diventato un rito che si ripeteva ogni anno. Il destinatario del fiore ne compiva stavolta ottantadue. Quando il fiore arrivò, aprì il pacchetto e lo liberò della carta da regalo in cui era avvolto. Quindi sollevò il ricevitore e compose il numero di un ex commissario di pubblica sicurezza che dopo il pensionamento era andato a stabilirsi sulle rive del lago Siljan. I due uomini non erano solo coetanei, ma erano anche nati nello stesso giorno - fatto che in quel contesto poteva essere considerato una sorta di ironia. Il commissario, che sapeva che la telefonata sarebbe arrivata dopo la distribuzione della posta delle undici, nell'attesa stava bevendo un caffè. Quest'anno il telefono squillò già alle dieci e trenta. Lui alzò la cornetta e disse ciao senza nemmeno presentarsi.
"E' arrivato."
"Cos'è questa volta?"

Incipit di "Uomini che odiano le donne" di Stieg LARSSON

martedì 24 marzo 2009

N. 419 - Twilight. Non riuscivo a pentirmi

"Non avevo mai pensato seriamente alla mia morte, nonostante nei mesi precedenti ne avessi avuta più di una occasione, ma di sicuro non l'avrei immaginata così.
Con il fiato sospeso, fissavo gli occhi scuri del cacciatore, dall'altra parte della stanza stretta e lunga, e lui ricambiava con uno sguardo garbato.
Era senz'altro una bella maniera di morire, sacrificarmi per un'altra persona, qualcuno che amavo. Una maniera nobile, anche. Conterà pur qualcosa.
Sapevo che se non fossi mai andata a Forks non mi sarei trovata di fronte alla morte. Per quanto fossi terrorizzata, però, non riuscivo a pentirmi di quella scelta. Se la vita ti offre un sogno che supera qualcosasi tua aspettativa, non è giusto lamentarsi perché alla fine si conclude.
Il cacciatore fece un sorriso amichevole e si avvicinò con passo lento e sfrontato, pronto ad uccidermi."

Incipit di "Twilight" di Stephenie MEYER

lunedì 23 marzo 2009

n. 417 - I silenzi del dottor Murke

"Ogni mattina, varcata la soglia degli studi della radio, Murke si sittoponeva ad un esercizio di ginnastica esistenziale: saliva nell'ascensore Paternoster, ma non usciva la secondo piano, dove era il suo ufficio; si lasciava invece portare più in alto, oltre il terzo, il quarto, il quinto piano. Lo prendeva la paura ogni volta che la piattaforma della cabina si sollevava oltre il corridoio del quinto piano, quando la cabina si elevava cigolando nel vuoto dove cavi oliati e stanghe sporche di grasso, asmatico macchinario di ferro, spingevano la cabina dall'alto al basso: Murke fissava pieno di paura quell'unico luogo dell'edificio della radio che non fosse liscio e intonacato e respirava di sollievo quando la cabina, con una scossa si drizzava, superava quel vuoto, si metteva di nuovo in linea e lentamente si abbassava verso il quinto, il quarto, il terzo piano.
Murke sapeva che la sua paura era senza ragione; naturalmente, non sarebbe successo niente, non poteva succedere niente, e se fosse successo qualcosa, nel peggiore dei casi, lui si sarebbe trovato in alto quando l'ascensore si fosse fermato e sarebbe restato un'ora chiuso dentro al massimo due."


Incipit di "La raccolta di silenzi del dottor Murke" di HEINRICH BOLL

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Compresi che l'ordine, a lungo andare, si ristabilisce da solo intorno alle cose (Raymond Radiguet)

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