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mercoledì 18 dicembre 2013

GIALLO NATALE 8 autori 8 storie 8 delitti

Otto grandi autori italiani in una raccolta di gialli a tema natalizio.

Sono stata subito colpita da questa antologia del crimine, poiché sembra inconciliabile l’atmosfera natalizia con le storie delittuose. Invece, proprio la tranquillità, trasmessa dal Natale, può alimentare la fantasia macabra o fare da sfondo a nevrosi, crimini, storie di cronaca nera e situazioni da brivido. Infatti, quando le famiglie, con tutti i loro bagagli, non solo di regali, ma anche di segreti, antichi rancori e gelosie, si riuniscono, in occasione del Natale, può capitare che ne accadano di tutti i colori, compresi il giallo e il nero del crimine. I rancori possono trovare, nell’opportunità della vicinanza, una facile valvola di sfogo.

Ogni genere sociale di personaggio fa da protagonista alle otto storie delittuose. Varie date temporali, diversi luoghi sono ambientazioni ad hoc per le storie narrate.

Grandi nomi del giallo e del thriller italiano, ognuno con il suo stile, le sue trame, i suoi protagonisti, hanno sfornato, per l’occasione natalizia, racconti per far provare quel brivido che manca nelle nostre feste, forse un po’ troppo tranquille e serene o, meglio, per fortuna che non sono altrimenti.

I racconti, raccolti in questa bella antologia di gialli natalizi, sono: La maledizione dello scarabeo di Marcello Simoni; Varani di Massimo Lugli; Un regalo per te di Lorenza Ghinelli; Giallo fuori stagione di Davide Mosca; La pallida luce di Febo di Massimo Pietroselli; Antichristmas di Fabio Delizzos; Io ti uccido di Silvia Montemurro; La bella decapitata nel bosco di Gianmichele Lisai.



Alcuni di questi scrittori già li conoscevo e con i loro racconti ho confermato il mio giudizio altamente positivo su di loro. Fantastici i racconti: Varani e Un regalo per te.

Degli altri autori, confesso di non aver mai letto niente, ma il conoscerli e l’apprezzarli nella forma breve del racconto, ha inevitabilmente suscitato in me la curiosità di approfondirli anche nella stesura dei romanzi.

Questa raccolta di racconti è stata un buon modo per scoprire autori italiani di cui, per mia imperizia, non ho ancora letto altro.

Buon GIALLO NATALE, da leggere, a tutti!



venerdì 30 marzo 2012

La leggenda di Roma nel romanzo di Mosca

In uscita il 5 aprile


DAVIDE MOSCA
IL PROFANATORE DI BIBLIOTECHE PROIBITE
Newton Compton - thriller - pag. 320 - € 9,90 
   
Un thriller di cui vi ho già parlato QUI, QUI, QUI e QUI.

Avviso Spoiler: "Se hai intenzione di leggere il libro, forse non dovresti proseguire nella lettura del post, perché potrebbe piacerti scoprire tutto di questo thriller storico leggendolo."
QUI trovi un estratto per saggiarne lo stile.
La leggenda di Remo e Romolo
Buona parte della storiografia moderna è convinta che esista un nucleo originario della leggenda, definito albano-romuleo (su cui poi si sono innestati altri racconti), e che da questo si possono ricavare preziosi informazioni su quanto accadde realmente a metà dell’ottavo secolo a.C.. I primi racconti greci sull’argomento risalgono al settimo secolo avanti Cristo. Esiodo racconta che Ulisse e Circe, genitori di Latino e Fauno, da un luogo nell’entroterra del Lazio, verosimilmente Alba, governavano sui Tirreni, nelle Isole dei Beati. Stesicoro ed Ellanico, di poco posteriori, raccontano di Enea in Italia. Tutti questi elementi vanno ad aggiungersi e a incrostare la narrazione originaria di Remo e Romolo.
La leggenda antica ha smesso di essere considerata una semplice invenzione: le scoperte archeologiche sul Palatino degli ultimi anni (celebri quelle di Carandini) hanno infatti portato alla luce reperti dell’ottavo secolo compatibili con il rituale di fondazione descritto dalle fonti: le capanne romulee, le mura, la fossa-ara di fondazione…
Remo e Romolo, dopo la presa di Alba, concordarono che si sarebbero affidati al volere degli dèi (tramite l’avispicium, l’osservazione del volo degli uccelli) per stabilire a chi di loro due spettasse il diritto di fondare una nuova città. L’Urbe sarebbe sorta dove erano stati salvati dalle acque e nutriti dalla lupa e avrebbe portato il nome del fondatore. Quasi tutte le fonti antiche sono unanimi nel riferire che Remo avvistò per primo un uccello favorevole. Proprio mentre il volatile girava in cerchio sopra di lui, arrivarono messi inviati da Romolo che gli chiedeva di accorrere perché aveva scorto un uccello. In realtà mentiva, e i testimoni lo sapevano. I compagni di Romolo videro però l’uccello volare sul capo di Remo. Quest’ultimo rispose all’appello e accorse dal fratello. Appena fu al suo fianco – raccontano le fonti – apparvero dodici avvoltoi nel cielo. Sacro il numero e sacro il volatile, legato a Giove ed Ercole. E quindi primeggiò Romolo. Qui si nota una chiara forzatura nel racconto mitico: Remo vide per primo il segno divino, perciò aveva già maturato il diritto di conditor, ossia di fondatore. Dionigi di Alicarnasso racconta addirittura che Numitore (loro nonno, il re di Alba che loro due avevano rimesso sul trono) aveva specificatamente stabilito che il diritto di fondatore sarebbe spettato a colui che per primo avesse visto un segno favorevole. Le fonti, però, per giustificare l’evidente prevaricazione di Romolo, che per giunta aveva mentito, preferiscono attribuire maggiore importanza all’ordine quantitativo, scelta quantomeno poco credibile in ambito di investitura divina. Ma non si accorgono di un particolare, che si sono dimenticate di eliminare dal racconto che hanno ereditato. I dodici avvoltoi si manifestano in cielo solo all’apparire di Remo. I compagni dei gemelli non potevano fare altro che testimoniare questa concomitanza, e quindi non poteva esserci margine di errore: sia che contasse la priorità, sia che contasse il numero degli uccelli, era a Remo che spettava la fondazione.
Sempre secondo la leggenda, Romolo fonda la città e traccia il limite sacro del pomerium, che non poteva essere oltrepassato armati, pena la morte. Remo lo attraversa con la spada in pugno e suo fratello lo uccide. Ma gli studiosi si sono chiesti come fece Romolo, disarmato nel pomerium (altrimenti sarebbe stato lui il sacrilego), a uccidere Remo che invece aveva la spada. La verità si annida nelle pieghe del racconto. Remo, primogenito e favorito dagli dèi, fonda la città, suona la tromba lituo e le dà il proprio nome. Romolo, pieno di rabbia, entra armato nel pomerium e uccide il gemello. Ecco perché, come narrano gli autori antichi senza spiegarne il motivo, in precedenza Romolo aveva scagliato l’asta sulla cima del Palatino: che motivo avrebbe avuto se non quello di dichiarare guerra al fratello Remo? Non a caso, il lancio dell’asta in territorio nemico rimarrà nei secoli il rituale romano indispensabile per dichiarare guerra.
Questa ricostruzione, oltre che su elementi interni alla leggenda e riscontri archeologici, si base anche su un affresco presente nella casa di Marco Fabio Secondo a Pompei, nella Villa dei misteri,

Il Lituo
Il lituo era un bastone ricurvo, ma anche una tromba. Era usato dagli auguri (i sacerdoti romani interpreti del volere divino) ed era indispensabile per la creazione di uno spazio sacro (templum. Il termine tecnico è contemplare, che in latino arcaico significa dividere il cielo, appunto con il lituo) nel cielo e nella sottostante proiezione terrestre. Era usato anche come tromba sacra, per sancire la volontà divina: il fondatore proferì i nomi della città, quello vero e quello di facciata, e poi soffiò nel lituo in modo da stabilirli una volta per tutte con una sorta di imprimatur celeste.

I riferimenti mitici
Nella vicenda di Remo e Romo sono presenti numerosi mitemi universali.
Ancora infanti, sono abbandonati in una cesta sul fiume. È per questo che vengono chiamati i salvati dalle acque, proprio come Mosè. Ogni storia tradizionale dello spirito comincia dall’acqua. Al principio della Genesi lo spirito di Dio aleggia sulle acque, mentre il Vangelo di Marco si apre con il battesimo di Gesù: Gesù esce dalle acque e lo spirito si posa sopra di lui.
I gemelli sono allattati dalla lupa sotto il fico ruminale, che per i romani cresceva sopra l’axis mundi, l’asse centrale del mondo che si intersecava con l’altro asse terrestre proprio a Roma, che era pertanto il centro del mondo. Il punto esatto dell’intersezione rappresentava tanto l’umbelicus urbi quanto l’umbelicus orbi, l’ombelico del mondo. Per tutti i popoli antichi il centro del mondo è la casa della divinità.
Il fico, poi, è un elemento centrale in ogni tradizione antica. In India, per esempio, il fico rappresentava l’asse del mondo e il Buddha ottenne l’illuminazione sotto un fico. In Grecia era considerato divino, gli iniziati ai misteri lo mangiavano pronunciando la frase: “la verità è dolce”. Inoltre, il fallo utilizzato nei misteri dionisiaci era di fico, e lo stesso Dioniso era detto creatore e protettore del fico. Nei Veda il latte di fico è la potenza fecondatrice dell’universo. Siddharta ottiene il Risveglio sotto un fico che diventa perciò asse del mondo perché il risveglio coincide con il ritrovamento del Centro. Il fico ha una forte valenza misterica e rappresenta per la stragrande maggioranza delle civiltà antiche la potenza fecondatrice e il centro del mondo. Ecco che allora la vicenda dei gemelli si inserisce in un contesto mitico di ricreazione del mondo.
L’uccisione di Remo diventa anche il sacrificio rituale di fondazione, che era indispensabile nella mentalità arcaica. Per gli antichi, infatti, soltanto la morte poteva far nascere qualcosa. Remo, dunque, si innesta in quella tradizione di divinità legate a un ciclo di morte e rinascita, come Dioniso.

Roma, la Pasqua e il mistero della fondazione

In uscita il 5 aprile


DAVIDE MOSCA
IL PROFANATORE DI BIBLIOTECHE PROIBITE
Newton Compton - thriller - pag. 320 - € 9,90 
   
Un thriller di cui vi ho già parlato QUI, QUI e QUI.

Avviso Spoiler: "Se hai intenzione di leggere il libro, forse non dovresti proseguire nella lettura del post, perché potrebbe piacerti scoprire tutto di questo thriller storico leggendolo."
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Roma e la Pasqua
Esistono una serie di straordinarie coincidenze tra la fondazione di Roma e la Pasqua, sia cristiana sia ebraica.
Roma fu fondata durante i Parilia, il 21 aprile, una festa pastorale dedicata alla dea Pales. Secondo la tradizione nel 753 a.C. cadde nel giorno di plenilunio successivo all’equinozio di primavera. Nello stesso identico giorno gli ebrei festeggiavano la Pasqua. I Parilia erano una solennità a carattere purificatorio: il rito era incentrato sull’acqua e sul fuoco e prevedeva prima la lavatura degli stalli e poi l’accensione di un fuoco su cui preparare la mola, un sorta di salsa con cui detergere le vittime dei sacrifici. Tutti questi elementi ricorrono anche nella Pasqua ebraica. Durante i Parilia i pastori saltavano attraverso le fiamme: a essi si ispirarono poi i Salii (dal verbo latino salire, cioè saltare), i confratelli che custodivano i pegni del favore celeste, come il lituo e lo scudo di Marte. Nell’analoga festa ebraica avveniva una danza rituale simile, un ritmico saltar oltre definito appunto pesah.
Esistono inoltre ulteriori analogie con la pasqua cristiana.
L'uccisione "rituale" del primogenito (Remo e Cristo), entrambi collegati alla figura dell’agnello.
Il tema dell'acqua e del sangue, presenti tanto nel rituale della fondazione quanto sul Calvario.
La morte intesa come rifondazione del mondo.
La concordanza dei luoghi: Romolo procedette alle operazioni legate alla fondazione da un porzione di colle chiamato auguraculum, ma anche tescum, calvaria, inteso come luogo del cranio, perché doveva essere necessariamente spoglio, libero da qualsiasi presenza. Il luogo in cui fu crocifisso Gesù è detto Calvaria in latino e Golgota in aramaico. Il significato è il medesimo: luogo del cranio.
Le analogie tra Rea Silvia, la madre dei gemelli, e la Maria cristiana, vergini che partoriscono un figlio divino. Il concepimento divino di Remo e Romolo avviene mentre la vergine Silvia si reca ad attingere acqua di fonte, ossia pura, condizioni che implicitamente alludono alla disponibilità della ragazza a essere fecondata dalla divinità. Proprio come Maria, che pronuncia il suo fiat alla volontà di Dio.

Il mistero della fondazione di Roma
I romani scelsero il termine condere per indicare la fondazione della città. Condere significa fondare, ma anche e soprattutto nascondere. Anche il termine Cermalus – il colle dove fu fondata Roma (il Palatino aveva due cime gemelle: Palatium e appunto Cermalus) – deriva dalla stessa radice del verbo condere e significa pertanto sia luogo della fondazione sia luogo del nascondimento. Che cosa nascose la città? Gli studiosi dell’epoca pensavano a un passaggio segreto. Le fonti antiche citano incidentalmente almeno due passaggi misteriosi – quello per gli Inferi e quello per le Isole dei Beati – e almeno due possibili localizzazioni per questi ingressi: il mundus in Foro e la cosiddetta Roma Quadrata sul Palatino.
Secondo un’ipotesi interpretativa, supportata da elementi adombrati nella leggenda e da riscontri archeologici, la città fu fondata da Remo, poi ucciso dal fratello e quindi seppellito nella fossa di fondazione della città. Allora condere per due motivi: perché la verità fu nascosta, e perché Remo fu inumato, e perciò nascosto, nel Cermalus.

giovedì 29 marzo 2012

Il nome e il nume segreto di Roma

In uscita il 5 aprile

DAVIDE MOSCA
IL PROFANATORE DI BIBLIOTECHE PROIBITE
Newton Compton - thriller - pag. 320 - € 9,90 
   
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Il nume segreto di Roma
Non soltanto il nome di Roma, ma anche il dio di Roma fu mantenuto segreto: e secondo interpretazioni antiche e moderne potrebbero coincidere.
I romani, infatti, tennero nascosto il nome personale del vero Nume protettore di Roma, a cui i si rivolgevano con la formula sive mas sive foemina: sia tu maschio o femmina. Lo stesso Giove aveva un nome segreto. Per questo i Pontefici romani nei riti si rivolgevano a lui con una formula dubitativa: “Giove Ottimo Massimo o con qualunque altro nome tu voglia essere chiamato”. E sul Campidoglio era conservato uno scudo dedicato al “genio della città, maschio o femmina”.
Il nome delle divinità patrona della città non poteva essere manifestato per evitare il rito dell’evocatio. I pontefici romani evocavano la divinità protettrice della città da conquistare prima dell’assedio o della battaglia, promettendole un posto a Roma in caso di vittoria. È rimasta celebre la conquista di Veio e il trasferimento a Roma del culto principale della città, quello di Giunone Regina. I romani assediavano Veio da molto tempo senza successo. Su consiglio degli aruspici, gli esperti di cose sacre, si rivolsero direttamente alla principale divinità dei nemici, Giunone Regina, promettendole un tempio a Roma in caso di trionfo. Poterono farlo, perché conoscevano il vero nome della dea patrona di Veio, ossia Regina. Le loro invocazioni ebbero successo: pochi giorni dopo presero la città e onorarono l’impegno trasferendo il simulacro di Giunone a Roma, dove le eressero un tempio.
Vale la pena ricordare che le uniche due parole nella storia del mondo occidentale a non essere mai state scritte sono il vero nome di Javhè e il nome segreto di Roma. 

Nome e nume segreto nella vicenda dell’Epoptidon
Valerio Sorano fu un erudito e un politico romano. Era un uomo dottissimo, filologo e antiquario, spesso citato dai contemporanei Cicerone e Varrone. Nell’ottantadue avanti Cristo Sorano fu eletto tribuno della plebe, ma il Senato lo fece rapire e crocifiggere per alto tradimento con un giudizio post mortem. La procedura sommaria, perpetrata a un tribuno della plebe, per di più in un periodo in cui il tribunato godeva di grande forza, lascia intendere che il reato di Sorano fu gravissimo, forse il più grave di tutta la storia di Roma.
In un libro intitolato Epoptidon (Svelamento) aveva infatti accennato al nome segreto di Roma e al nume misterioso che proteggeva la città. Nello stesso libro aveva affermato che Iuppiter e Iuno sono in sostanza la stessa divinità, in quanto il vero Dio è uno soltanto, maschio e femmina nello stesso tempo. Il libro fu bruciato, ma alcuni frammenti furono trasmessi oralmente. Rimane una delle perdite più dolorose dell’intera produzione antica, perché in esso erano affrontati i più importanti misteri di Roma.

mercoledì 28 marzo 2012

Dati storici su cui si basa il romanzo di Mosca


In uscita il 5 aprile

DAVIDE MOSCA
IL PROFANATORE DI BIBLIOTECHE PROIBITE
Newton Compton - thriller - pag. 320 - € 9,90 
   
Un thriller di cui vi ho già parlato QUI.

Un estratto dal libro:
«Cosa accadde davvero quel fatidico ventuno aprile del 753 a.C.? La risposta ha ossessionato lei e migliaia di altri che l’hanno preceduta. Perché lei non crede che si tratti soltanto di una leggenda; lei crede davvero che qualcuno fondò Roma in un certo giorno a metà dell’ottavo secolo avanti Cristo. Non è così?».
Lazzari distolse lo sguardo. Al di là della vetrina un vecchio con un cappello di carta in testa e una sdrucita tuta bianca tempestata di gocce colorate verniciava alcune assi. Le pennellate avevano un ritmo costante: rassicuravano, raccontavano di un mondo solido, stagioni che si avvicendavano, alberi e legno. «Sì, lo credo».
«Anche le persone che rappresento lo credono».
La voce di Lazzari risuonò assente. «Chi sono?»
«Domanda non funzionale».
«Ah sì?».
Il Colonnello sollevò l’indice. «Le persone che rappresento hanno una precisa caratteristica: realizzano sempre i propri sogni. E lei – chi è lei, questo avrebbe dovuto domandarsi – e lei è la persona adatta al nostro scopo».
Lazzari scoppiò a ridere, una risata di gola, cattiva e disturbante. «Io adatto a uno scopo? Mi stia bene a sentire…», disse, ma si bloccò. «Ho sentito abbastanza. Ora me ne andrò e chiuderò il negozio. Perciò la prego di uscire. Non abbiamo altro da dirci».
«Il vero nome di Roma non è Roma, come lei sa bene», lo interruppe il Colonnello. «Uno dei più strabilianti segreti della storia riguarda quello che possiamo chiamare il primo giorno dell’Urbe.
Le persone che rappresento desiderano venire a conoscenza di questo segreto ed entrare in possesso di una prova della fondazione di Roma».
«Se queste persone desiderano mantenere immacolato il primato di cui si vantano, gli dica di scegliersi un altro sogno. Questo è irrealizzabile».


ALCUNI DATI STORICI SU CUI È FONDATO IL ROMANZO
Il vero nome di Roma
Roma non si chiama Roma. Tutte le fonti antiche sono concordi nel ritenere che la città avesse un nome segreto, il vero nome, che non poteva essere né pronunciato né tanto meno rivelato. Un nome che nessuno ha mai osato mettere per iscritto.
Per gli antichi conoscere il nome di una persona o di un ente significava poterlo dominare. In Egitto, ad esempio, Iside divenne la regina degli dei scoprendo il nome segreto di Ra. Secondo la Qabbalah ebraica la conoscenza dei nomi segreti di Jahvé conferisce potere sulle cose e sugli esseri. Ogni essere, infatti, possiede un nome vero, un nome che precede la confusione degli idiomi. Adamo, prima della caduta, chiamava per nome gli animali, esercitando così il dominio su di essi. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi. Ciò che conta è che se il nome vero di Roma fosse rimasto segreto, l’Urbe non sarebbe mai crollata.
Su questo nome vegliava Angerona, la dea latina che invitava al silenzio. La sua festa si celebrava il ventuno dicembre presso il sacello sul Palatino. Il simulacro della dea, depositaria del segreto sul nome autentico di Roma, era rappresentato con la bocca fasciata e con un dito sulle labbra, a suggellare il silenzio e imporlo. Secondo l’oroscopo commissionato dallo studioso latino Varrone al celebre astronomo Lucio Tarunzio, Romolo fu concepito proprio il ventuno Dicembre.
La custodia del vero nome di Roma fu affidata a una confraternita segreta, una ristretta cerchia di potenti e dotti che si tramandò il mistero fin dalla fondazione. Non è da escludere che il segreto sia stato tramandato oralmente fino a oggi. A questo segreto si sono interessati nel corso dei secoli alcune delle più grandi menti dell’umanità, come Poliziano e Goethe.
Tra le tante ipotesi sul nome segreto, due in particolare hanno riscosso il favore degli antichi e l’attenzione degli studiosi moderni. 
Il nome Roma – che secondo alcune interpretazione linguistiche è connesso al termine ruma, mammella – esprimerebbe un’idea di doppio e conterrebbe in esso il nome segreto: indicherebbe infatti i genitori divini dei gemelli, ossia Venere e Marte. Leggendo il nome da destra, Roma, si farebbe riferimento a Romolo, che è figlio di Marte; leggendolo invece da sinistra, Amor, si ci riferirebbe a Venere, che secondo un racconto antico è la madre di Enea, avo dei gemelli, mentre secondo altre ricostruzioni è  la dea che si nasconderebbe dietro Rea Silvia, la madre di Remo e Romolo.  L’imperatore Adriano fece costruire un tempio dedicato congiuntamente a Venere e Roma.

ROMA
O     M
M     O
AMOR

Questo disegno è stato ritrovato su un muro di una casa di Pompei.
Secondo un’altra ipotesi, il vero nome di Roma sarebbe quello dell’altro gemello, ossia Remoria. Come Roma deriverebbe da Romolo, così Remoria arriverebbe da Remo. Nella leggenda, infatti, si adombra il sospetto che fu Remo a fondare la città.

martedì 27 marzo 2012

Qual è il vero nome di Roma?

In uscita il 5 aprile
Un grande thriller


Quale mistero nasconde la fondazione di Roma?

Qual è il vero nome di Roma? Perché è stato sempre tenuto nascosto? E cosa si cela sotto il Palatino?
Il professor Lazzari è tra i massimi esperti delle origini di Roma, ma ha abbandonato i suoi studi e conduce una vita ritirata. Finché un giorno qualcuno si presenta alla sua porta, a sconvolgere la sua esistenza. È un uomo misterioso, forse anche molto pericoloso. Si fa chiamare il Colonnello, ed è al servizio di una minacciosa società segreta. Le persone per cui lavora pretendono che sia proprio Lazzari a rintracciare l’autentico nome di Roma e a ritrovare il lituo, il bastone sacro con cui Romolo la fondò. Affascinato e incuriosito, il professor Lazzari accetta la sfida, accompagnato da un’enigmatica donna di nome Artemisia, membro della società segreta. A partire da un oscuro e macabro indizio, i due attraverseranno l’Italia per entrare in contatto con antichi reperti, tombe profanate, necropoli, frammenti di libri perduti e biblioteche sotterranee. E scopriranno di non essere i soli a voler svelare il segreto che avvolge Roma. Un segreto per il quale, in passato, hanno perso la vita in molti. Un segreto che qualcuno custodisce gelosamente, ancora oggi...

Un libro proibito. Una confraternita occulta. Un segreto sepolto da secoli. Chi ha fondato veramente Roma?

«Il vero nome di Roma non è Roma, come lei sa bene», lo interruppe il Colonnello. «Tutti conoscono la città più famosa di tutti i tempi, eppure nessuno conosce il suo vero nome. Quello che possiamo chiamare il primo giorno dell’Urbe rappresenta uno dei più strabilianti misteri della storia. Le persone per cui lavoro desiderano venire a conoscenza di questo mistero ed entrare in possesso di un particolare oggetto usato durante il rituale di fondazione della città.»

Cosa si nasconde sotto il Palatino?


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