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giovedì 20 febbraio 2014

Il giallo psicologico di Giovanna Repetto


L’ALIBI DELLA VITTIMA
Giovanna Repetto
(Gargoyle, pp. 333, 17 €)

L’alibi più forte è quello della vittima

Rocca Persa, piccolo centro collinare dei Castelli Romani, è una meta costante di Memè, un oscuro individuo invischiato in un prospero commercio clandestino di cocaina purissima, e al centro di un’indagine condotta dal maresciallo Trevisan.
L’identità dell’uomo rimane un enigma per tutti. Per Greta, esuberante ragazza dalle pose vamp e amante di Memè, interessatissima a scalzarlo dall’illegale e proficuo commercio. Per il brigadiere Di Stasio, che conduce un’indagine parallela con metodi discutibili.
Per Anna Trevisan, moglie inquieta del maresciallo, al corrente dell’inchiesta. Per Alisia, venticinquenne allo sbando, legata a Greta da una conoscenza quasi familiare, che non ha nulla dell’amicizia e parecchio dell’opportunismo. Per Marco, tossicodipendente irredimibile, malgrado le speranze della madre che vorrebbe mandarlo nella comunità toscana “La cruna dell’ago”. Per Gaetano, pregiudicato in libertà vigilata con il debole per la polvere bianca.
Frattanto Lina – una psicologa con il dono della diplomazia – e Maria (detta “Holy Mary”) –, un’assistente sociale un po’ fricchettona, appassionata e caparbia – operano senza sosta presso il Servizio per le Tossicodipendenze di Rocca Persa, implementando incisivi percorsi di riabilitazione.
La sera del 2 settembre, il corpo senza vita di Memè viene ritrovato a Roma, in via Merulana, nell’appartamento di Andreina Burlando – che aveva lasciato le chiavi di casa al nipote Marco perché partita per le ferie. Quel giorno diverse persone residenti a Rocca Persa sono nella capitale. Su tutti si staglia l’ombra del sospetto. Tutti hanno un alibi, ma tutti hanno anche un movente. Le indagini ufficiali prendono strade che via via si rivelano senza uscita, mentre due giovani carabinieri cercano, quasi per gioco, di ricostruire la vera identità di Memè, che anche dopo l’omicidio seguita a restare sconosciuta.

Ha messo qualcosa di sé, Giovanna Repetto, nella stesura del suo romanzo più ambizioso. La competenza professionale, prima di tutto: l’autrice si è occupata di problematiche legate alle dipendenze patologiche presso il Ser.T  di una località alle porte di Roma, per circa trent’anni. Era, forse, arrivato per lei il momento giusto per raccontare fatti e situazioni relativi a tale esperienza, di calarsi completamente nella mentalità di soggetti devianti rispetto al comune sentire; soggetti che si muovono in un contesto caratterizzato da trasgressività, illegalità, violenza, che lei aveva osservato e di cui si era presa cura per così tanto tempo. Repetto tratteggia benissimo questi personaggi che, pur accomunati dal malessere, hanno linguaggi e vissuti differenti resi altrettanto bene, ed è, al contempo, assai attenta a a non compromettere mai la coerenza stilistica del testo.
Privo di qualsiasi concessione alla retorica e al paternalismo, quello del disagio sociale è un nervo continuamente sollecitato nel romanzo (seppure non attraverso commenti o giudizi espliciti, quanto piuttosto nelle parole di alcuni personaggi), da cui si diramano altri temi come il confronto fra sanità pubblica e privata, le varie modalità di approccio alla tossicodipendenza, i pregiudizi e le ipocrisie che ancora lattorniano.
Altro elemento autobiografico è la passione per l’enigmistica e il rebus: tra i pregi principali della storia c’è il modo particolare in cui sono organizzati i fatti, la loro concatenazione. In questo “enigma della camera chiusa” postmoderno, tutti i personaggi vengono accompagnati fino al momento (e vicino al luogo) del delitto, senza che si capisca chi l’ha commesso. L’effetto è simile a quello di un riuscito mosaico in cui tasselli si illuminano progressivamente in parti diverse del quadro, lasciando capire il senso del tutto solo alla fine.
Giova alla perfezione dell’incastro la divisione in capitoli brevi e scattanti, i calibrati colpi di scena e i sapienti tocchi di ironia, nonché una prosa chiara ed efficace, senza vocaboli o frasi superflue, in favore di una parola che è piuttosto evocata che scritta.
Residuale sembra l’elemento della detection – uno dei tasselli del mosaico ma non il più importante –, affidato, nel suo esito più efficace, a due simpatici giovani carabinieri che la portano avanti in maniera indiretta e giocosa, tra carte, reali e virtuali, tranci di pizza e lattine di birra. Tale apparente svagatezza investigativa stempera la tensione espressa invece da altri personaggi e si rivela un originale espediente narrativo.
Tra giallo psicologico e noir sociale, L’alibi della vittima racconta della durezza di vivere, ed è un romanzo coinvolgente, amaro, forte nella sua dimensione corale, in cui a svettare quale vero protagonista – più che un personaggio in particolare – è specialmente la dipendenza (dalle sostanze, dal sesso, dal potere, dall’amore che diventa ossessione per l’altro), responsabile di condotte terribili come l’autodistruzione, la perdita di dignità, l’aggressività e la sopraffazione. Dramma individuale che diventa dramma sociale.
Aleggiano i numi tutelari dei grandissimi Scerbanenco e Fruttero&Lucentini, mentre piacevolmente lampante è l’omaggio all’immenso Gadda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.



Da L'alibi della vittima:
Quasi tutti esplicitavano prima o poi il loro codice di comportamento. Come Adriano, che aveva rubato a tutti tranne che ai suoi familiari. Pino invece si vantava di aver rubato soltanto a casa propria. Franco rubava nei magazzini, ma non avrebbe mai messo piede in una casa. Roberto svaligiava le case, ma nei negozi ci teneva a pagare al centesimo, ed esigeva lo scontrino. Stefano era specializzato in automobili, mentre Piero si era fatto venire i piedi gonfi in cerca di autoradio. Paolo, che lavorava montando antifurto, neutralizzava solo quelli montati dalla concorrenza. Gino rubava a tutti fuorché agli amici, mentre Luigi truffava gli amici e basta. Ernesto toccava solo denaro contante, mentre Alessio era specializzato in forme di parmigiano. Quasi nessuno ammetteva di aver scippato vecchie signore, e i pochi beccati sul fatto dichiaravano di esserne amaramente pentiti.

Per guardare il booktrailer del romanzo:

Per ascoltare la videointervista dell'autrice:

Giovanna Repetto (Genova 1945), scrittrice e psicologa, vive da tempo a Roma. Ha pubblicato La banda di Boscobruno (Mobydick 1999), entrato nella cinquina dei finalisti del premio “Bancarellino” di Pontremoli; Palude, abbracciami! (Mobydick 2000), vincitore del premio “Navile Città di Bologna” come miglior romanzo per ragazzi; La gente immobiliare e Cartoline da Marsiglia (Mobydick 2002 e 2004). È redattrice della rivista letteraria online “Il Paradiso degli Orchi”. Scrive poesie che legge durante gli incontri di slam poetry di cui è anche entusiasta animatrice.

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