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Pupottina's favorites book montage

Dimmi il tuo segreto
Io la troverò
Dove si annida il male
Il confine del silenzio
Tutto ciò che resta
Io so perché canta l'uccello in gabbia
Africa, mon amour
Fiore di fulmine
Amore, Parigi e un gelato al pistacchio
La ragione dei sensi
Sherlock Holmes e il Signore della notte
Addio è solo una parola
All'improvviso la scorsa estate
La stagione degli innocenti
Scia di morte. L'ultimo viaggio della Lusitania
L'imprevedibile piano della scrittrice senza nome
I piaceri della notte
Nessun ritorno
Campari a colazione
Per te qualunque cosa


Pupottina's favorite books »
L'amore è la risposta, ma mentre aspettate la risposta, il sesso può suggerire delle ottime domande. (Woody Allen)
"Non discutere di cose di letto con tatto e discrezione. Potrei non capire di cosa parli." (L'ispettore Barnaby)

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giovedì 27 novembre 2014

BED TIME di Alberto Marini

Vedere il film mi è piaciuto molto, ma leggere tutti i “non detto” e le descrizioni, è stato davvero grandioso. Eccezionale il romanzo di ALBERTO MARINI, il quale con BED TIME riesce a togliere il sonno.

Pur conoscendo la storia per aver visto il film, leggerla è tutta un’altra dimensione. Molto più penetrante. Una mente ossessionata, perversa, non è mai stata descritta meglio.

Non si dorme più, dopo aver letto questo romanzo, poiché ci si accorge di come si possa perdere il controllo della propria vita, dormendo, di come si diventi fragili, vulnerabili.

In un condominio, è vero, ci si sente protetti. La figura più rassicurante è proprio quella sorridente del portiere del condominio. L’insospettabile Cillian è perfetto per il suo lavoro di portiere del condominio, se non fosse che nasconde un lato oscuro di sé. Nell’elegante palazzo dell’Upper East Side, tutti si fidano di lui. È un elemento prezioso, quasi un accessorio indispensabile, il perfetto tuttofare. È un uomo dedito al prossimo. Talmente dedito da conoscere ogni minimo dettaglio della loro vita, mentre loro sono impegnati a viverla, anche sbadatamente. È tanto dedito ai suoi condomini da intrufolarsi, non visto, non notato, negli appartamenti per scoprire i segreti di ciascuno, per spiare i momenti più intimi degli altri.

Si comporta così soprattutto con Clara, oggetto delle sue morbosità, la sua vittima prediletta. Guardarla dormire sotto l’effetto di un narcotico e farle delle cose inappropriate è per lui un piacere proibito che lo fa sentire realmente vivo.

Vivere con lei le sue perversioni lo gratifica, poiché ritiene di meritare qualcosa anche lui.

È un personaggio atrocemente memorabile. Si entra nella sua testa e si comincia a guardare con sospetto il resto del mondo.

Cillian, appagato dalla sua follia, non fa che spingersi oltre, un orrore dopo l’altro. Diventa l’incarnazione del male che si annida nel luogo che per tutti è quello più sicuro, la casa.

Da questo romanzo è stato tratto il film BED TIME, scritto da Alberto Marini e diretto da Jaume Balagueró. Il regista spagnolo è perfettamente in linea con queste tipologie perverse di personaggi. Basti pensare ai suoi film, come [Rec], Nameless e Darkness, che raccontano gli aspetti più malvagi dell’animo umano.

BED TIME è una lettura da non lasciarsi sfuggire.


martedì 2 aprile 2013

Non è come pensi di Sophie Hannah

Un thriller psicologico che coinvolge più degli altri, forse proprio perché non ci si immedesima nella protagonista principale che, da subito, risulta follemente nevrotica. Chi vorrebbe sentirsi così?  
Nessuno. 
Ma tutti vogliono sapere dove le sue nevrosi porteranno la nostra protagonista, Connie Bowskill.

Tutti trascorriamo ore e ore di navigazione notturna e se avessimo un’allucinazione, durante le nostre ore spensierate? 
E se quella che tutti ci ripetono essere stata un’allucinazione avesse delle fondamenta reali?

Sophie Hannah ha pubblicato un altro interessantissimo thriller psicologico che inizia con un “Non” come in quasi tutti i suoi titoli. Negare l’evidenza non basta, mentre suspense e tensione si accavallano e si susseguono di capitolo in capitolo.

In continuazione, il titolo del romanzo di Sophie Hannah ci ronza nelle orecchie e quel “Non è come pensi” ci torna alla mente e ci fa dubitare delle idee e delle aspettative che da attente lettrici formuliamo.

Impareggiabile, coinvolgente, avvincente e psicologicamente complesso questo thriller è il massimo del genere.

Non è come pensi è una storia di ossessioni, ma anche di mistero e inganno. 
Sophie Hannah sa come delineare in profondità i meandri della mente umana, costituita da tanti antri reconditi e affascinanti, umane e insondabili complessità.

VOTO 10

sabato 13 ottobre 2012

Una casa perfetta di Ben H. Winters

Un libro che ho letto tutto d'un fiato, mentre mi calavo progressivamente nella storia.
Tutti, dentro di noi, siamo sempre alla ricerca della casa, del luogo che consideriamo “perfetto per noi”, il nostro rifugio da cui guardare il mondo. Molto spesso non è sicuro come vorremmo.
È stato così che, dopo aver visto il booktrailer (che trasmetteva l’inquietudine che si prova con un film horror), mi sono lasciata entusiasmare dalla trama di questo libro horror-thriller di Ben H. Winters dal titolo “Una casa perfetta”.
Una famiglia si trasferisce in quella che crede essere la casa perfetta. Sembra la perfetta ambientazione di un film horror. Ce ne sono tanti in giro, ma i film sono sempre meno inquietanti di un romanzo, le cui parole entrano nella nostra mente per incontrare le nostre paure e fondersi fino a diventare degli incubi tremendi.
Ben H. Winters ha fatto un ottimo lavoro nella stesura di questo libro che ho trovato perfettamente claustrofobico. Ci si immedesima nella vita dei personaggi, nei loro desideri, comprensibilmente umani, e nelle loro paure che nascono dai dubbi, dalle insicurezze, dagli angoli più reconditi della nostra mente.
Il seme del dubbio è presente in ogni parola, in ogni descrizione, in ogni non detto. Ci si chiede se sia la realtà o un incubo. 

La scrittura perfettamente semplice con cui Winters ha scritto questo libro segue le tecniche della suspense, grazie ai non detto, agli indizi anticipati o disseminati casualmente fra le pagine. Il lettore si immerge progressivamente nella vita all’apparenza serena e normale di una famigliola, composta di tre persone, padre, madre e figlioletta (tre anni e mezzo, ma ne dimostra di più in alcuni atteggiamenti sorprendenti). È così, attraverso tutti gli aspetti e le necessità del quotidiano, che l’apparente tranquillità di Alex, Susan e Emma inizia a cambiare progressivamente. Il lettore è perfettamente inserito nella storia, narrata da Susan, moglie di Alex e madre di Emma. Tutto procede in modo dinamico, tanto che le pagine scorrono, senza che il lettore se ne accorga, mentre l’inquietudine aumenta, insieme ai dubbi e ai vari risvolti della storia che appaiono dei riusciti colpi di scena.
Si scivola dalla normalità in un’agghiacciante situazione claustrofobica, dove la casa avvolge minacciosamente chi ci vive. Se amate il genere horror classico, in questo romanzo moderno, ma dello stesso genere, troverete tutti gli ingredienti e le tecniche narratologiche che ne fanno un ottimo e inquietante libro dall’ambientazione claustrofobica.

LA MIA VIDEO RECENSIONE
PER APPROFONDIRE GUARDA QUI.

Voi, l'avete letto? Vi è piaciuto?
Da cosa possono essere infestate le case? 
Le preferite infestate da fantasmi, cimici o tarli della mente?
Vi piacciono i thriller psicologici?

mercoledì 6 giugno 2012

Addio alle Casalinghe disperate


Per me è triste pensare di doverle salutare. Ormai, dopo anni in cui ho seguito le loro avventure, è un po' come se fossero diventate le mie amiche, le donne che vorrei avere come vicine di casa, nonostante lo stress che mi comporterebbe avere vicine sempre con un look così impeccabile, curato, che hanno case stupende e perfettamente in ordine senza muovere un dito e che vivono agiatamente senza sforzarsi nemmeno un po'. Solo le loro vicende sentimentali sembrano aver avuto un reale movimento nel corso degli anni. Grazie a loro, Pupottina ha sorriso, si è commossa, è stata attaccata alla tv per scoprire misteri o semplicemente per prendere spunto dal loro modo di risolvere le faccende quotidiane. 
Nel corso degli anni, ho desiderato essere una perfetta casalinga disperata come loro che, riunite insieme formano il modello perfetto di donna, anche se in realtà ognuna ha le sue peculiarità.


Una maniaca ossessiva-compulsiva della perfezione e della pulizia domestica come Bree Van de Kamp.


Un'illustratrice insicura e maldestra che all'inizio vive agiatamente senza fare niente che non sia creativo come Susan Mayer Delfino.

 
Una ex donna in carriera, che non smette mai di esserlo, pur essendo moglie e madre di cinque figli come la fantastica Lynette Scavo.


Un'ex modella, sposata a un ricco uomo d'affari, che si ritrova a diventare una perfetta personal shopper di lusso per la sua innata mania di fare acquisti smodati come Gabrielle Solis, celebre anche per la sua invidiabile relazione extraconiugale con il giovane giardiniere. 
(Chi non vorrebbe avere un passatempo così interessante, se il giardiniere fosse un aitante giovane?)


E poi le altre che si sono alternate nel corso delle stagioni, come l'indipendente e vendicativa mangiatrice di uomini Edie Britt (quasi un modello negativo di casalinga disperata, un'antagonista); oppure la casalinga fresca di un fruttuoso divorzio come Renee Perry.


Neanche per sogno avrei voluto essere l'ossessionata donna innamorata di un vicino che poi si riscopre safficamente tentata come Katherine Mayfair oppure la casalinga, l'unica tanto disperata da arrivare davvero al suicidio come Mary Alice Young.


Stasera andranno in onda le ultime due puntate dell'ottava ed ultima stagione e poi addio alle Casalinghe disperate. 
Non riesco ancora ad accettarlo. E mi chiedo anche: "Cosa faranno adesso queste attrici? Si ritroveranno disoccupate o andranno in altre serie tv?"
Il modello di quartiere residenziale di Wisteria, nella città immaginaria di Fairview, è il luogo ideale per le donne. Assistere alle loro battaglie domestiche, dove ogni puntata finiva con un sorriso o con una lacrima, mi mancherà.
Tutti, davvero tutti, abbiamo seguito dal 2004 ad oggi almeno una delle loro puntate (che tra l'altro vanno in onda anche sulla RAI). 
Ogni puntata insegnava a suo modo qualcosa: dai trucchi per far riuscire bene una torta all'arte della seduzione per tener ben stretto un marito, dal come intraprendere al meglio una relazione coniugale fino alla gestione di una casa e dei figli. Ogni imprevisto sembrava avere una soluzione, anche il più terribile. E' stata una serie tv d'intrattenimento, molto femminile, anche se pure gli uomini non l'hanno disprezzata.


PREFERENZE
A Pupottina divertiva molto Gabrielle, ma sognava di essere come Bree in casa e come Lynette sul fronte lavorativo.
Kevin, invece, aveva grandi simpatie per Susan che, dopo i troppi ritocchi, trova inguardabile ed ora dice di preferire Rennee. Insomma a Kevin piacciono le donne che stanno sempre senza fare niente O_O

Anche a voi mancheranno almeno un po' le casalinghe disperate?
Quale delle Desperate Housewives è la vostra preferita?

giovedì 8 marzo 2012

A cosa serve La finestra sul cortile?

Una scena a cui Pupottina ha assistito e non può non raccontarvi.
Oggi le è capitato di stare alla finestra. Era appena comparso il sole, dopo ore di pioggia.
La finestra dà su un cortile, un po' come nel famoso film di Hitchcock.
Pupottina ha visto tornare a casa il suo anziano vicino di casa, un pensionato amabile e gentile. In mano aveva un rametto di mimosa, spezzato chissà dove e a chi, ma è il gesto quello che conta, soprattutto dopo così tanti anni di matrimonio e con le cose terribili che si sentono in giro. Fortunata la vicina, con il suo bel piatto di pasta fumante, in tavola, pronta ad accoglierlo con un sorriso. Un uomo così lo si sposa 100 volte. Basta così poco a rendere felice una donna e molti nemmeno lo sanno ...
Che tenerezza il mio vicino di casa di Pupottina !!!  ^____^

mercoledì 7 dicembre 2011

Il test del DNA per la figlia del vicino

Più di un anno fa, Pupottina vi raccontava una storia, quella del fratello della sua amica Ada che aveva combinato un bel pasticcio e fatto soffrire tante persone. Molti di voi ancora non frequentavano questo blog e per questo vi racconterò tutto nuovamente, prima di dirvi come si è evoluta la situazione.
Ada ha un fratello che si chiama Piero. All'epoca dei fatti aveva 52 anni. Adesso ne ha 54. Era un marito, padre di 3 figli ed anche nonno, poiché si era sposato molto giovane. Era disoccupato e veniva mantenuto dalla moglie, insieme al resto dei figli che ancora vivevano in casa. Il suo matrimonio, nonostante le difficoltà era felice e durava, senza ripensamenti, da 30 anni.
Accanto alla casa di Piero, vivevano Alice e Giuseppe, entrambi di 32 anni, con il figlio del primo matrimonio di lui. Giuseppe lavora, mentre Alice resta in casa.
L'amicizia fra le due famiglie non ha mai destato pettegolezzi, fino al giorno della Befana del 2010, quando Alice era in ospedale a partorire la sua prima figlia e in sala d'attesa, oltre a Giuseppe, c'era anche Piero, il quale diceva di avere il diritto di stare lì. 
A qualcuno è venuto più di un sospetto. Anche la moglie di Piero non capiva perché suo marito fosse ad aspettare la nascita della figlia della vicina.
Ovviamente, è esploso uno scandalo!
Vado al dunque, poiché basterebbe cercare nel blog fra i vecchi post per sapere che è stato preteso un esame del DNA che ha dato come risultato che la neonata era figlia di Piero, il vicino di casa, e non del marito Giuseppe.

Secondo voi, come si è evoluta la storia a distanza di quasi due anni?

mercoledì 23 novembre 2011

Nuora e suocera amiche per la pelle

Cosa vi diceva lo scorso 11/11/11 alle 11:11 ?
Non lo sa Pupottina perché, in quel particolare momento astrale, non sa esattamente cosa stesse facendo ...
E voi lo sapete?
Come vi diceva nel post di quel particolare giorno QUI, la vicina di casa, Marta, ospita Alessia, moglie del figlio, Francesco, e le dà un lavoro nella sua picocla attività. Sono quasi 5 mesi che le due vivono insieme, mentre Francesco è altrove non si sa di preciso con chi. Oppure lo sanno, ma non lo dicono sperando che rinsavisca ...

Nel frattempo, Alessia si sfoga sulla spalla di Marta. Le parla ... le parla ... le parla ...  
A volte quando sono in giardino a fumare, anche Pupottina le sente parlare ...
Che cosa si dicono?
Alessia, molto animatamente, ad alta voce e a tratti piangendo, le racconta una dopo l'altra tutte le bugie di Francesco ... e sono davvero tantissime ... 
Ogni giorno se ne sente una nuova.
Marta ascolta e raramente ribatte.
Chissà cosa pensa!!!

Secondo voi, cosa può pensare?

mercoledì 16 novembre 2011

Sedicenni date in spose? E' un futuro che non vogliamo, ma che ci piace leggere ...

Cari Amici Blogger,
cosa accade quando si realizza la cosa maggiormente indesiderabile possibile?
Che cosa posssiamo fare? Cosa può fare il genere umano?
Se non ne abbiamo idea, forse possiamo prendere spunto da quello che si narra nel romanzo a 4 mani di Alessandro Gatti e Manuela Salvi (nella foto - Nata nel 1975. Si è laureata in Grafica e Comunicazione presso l’Isia di Urbino e dal 2004 collabora con la Mondadori Ragazzi come copyeditor e traduttrice. La sua carriera di scrittrice è iniziata invece nel 2005 con l’albo illustrato Nei panni di Zaff edito dalla Fatatrac. Da allora ha scritto diversi albi con prestigiose case editrici, e altrettanti romanzi, spaziando in ogni fascia d’età, genere e argomento. I suoi libri sono stati tradotti in Francia, Spagna e Germania. Dal 2007 è al timone del portale di critica e informazione letteraria www.editoriaragazzi.com e nel 2011 ha pubblicato il manuale “Scrivere libri per ragazzi” con Dino Audino Editore.), dal titolo "Picabo Swayne Le storie della camera oscura" (Collezione Teens, pag. 256, 9,90 euro, 978-88-347-1784-4). E' una bellissima storia di fantascienza per ragazzi, ma anche per adulti, ambientata nel peggio che possa accadere, in un mondo futuro che vuole cancellare tutti i ricordi.
Una ragazzina di nome Picabo Swayne, grazie a una macchina fotografica magica può salvare il mondo dalla rovina. E' uno dei libri che viene pubblicato questo mese da Fanucci Editore e Pupottina l'ha già adocchiato come probabile regalo natalizio per qualche ragazzina di sua conoscenza, le sue vicine di casa, quelle che si insediano da lei per guardare la tv. Magari riesce a farle rimanere nella loro casa, attaccate alle pagine di un libro. ;-)
Pupottina vi propone ne le prime pagine.
Ecco il Prologo e il primo capitolo:

16 febbraio 2095

Era possibile, lo sapevamo tutti. Ma per molto tempo ci è sembrata lontana, così lontana che era facile non pensarci.
E poi è arrivata. La fine del mondo. Del nostro mondo.
Gli eventi che nessuno di noi aveva voglia, o forza, o coraggio di immaginare ci hanno travolti in pochi giorni. Ed è stato peggio, molto peggio dell’immaginabile. All’improvviso si sono spente le luci, un blackout totale che ha sprofondato la città in un panico assoluto. Sento le sirene di autoambulanze e polizia che gridano nel buio, mentre scrivo a lume di candela su questo pezzo di carta con una vecchia penna a sfera. Avevo dimenticato come si fa, a scrivere senza tastiera.
Già da tre mesi Coldbay è stata blindata e nessuno può entrare o uscire. Dicono sia per le polveri tossiche che vengono da est, ma io sospetto ci sia qualcos’altro. Capire cosa, però, è impossibile.
Tutti gli schermi sono neri e muti, non c’è possibilità di ricevere notizie, e Andreas è fuori con Barnaba. Non mi fido più di Cox: da quando c’è stato l’annuncio della crisi energetica è come impazzito. Non credo più nemmeno a tutte quelle storie che ci ha raccontato sui soldi che si è procurato per avviare il progetto del Grande Inceneritore. Andreas ne è entusiasta, ma per lui a volte l’oceano è più importante di tutto il resto.

Comincio a pensare che mio padre avesse ragione. E di aver fatto bene a non parlare in giro della macchina fotografica.
Scrivo per avere memoria degli eventi, e per lasciarne traccia a chi verrà dopo di noi. È la memoria la cosa più importante, in questo momento. Non dimenticarci chi siamo, cosa abbiamo fatto e come siamo arrivati a questo punto.
Si parlava di crisi globale già dall’inizio del millennio. Ma solo adesso, solo la nostra generazione ha toccato con mano cosa significassero quei segnali che sono stati ignorati per decenni.

Nel 2090, il Pacific Trash Vortex ha raggiunto le coste americane.

Un’immensa marea di rifiuti in putrefazione, disgregati dalla salsedine e dal sole, si è abbattuta sulle spiagge e ha chiuso Coldbay in una palude pericolosa, di cui non si conoscono la composizione né le nuove specie animali che vi hanno prolificato, mutando e diventando dannose per l’uomo.

‘Immensa’ non rende l’idea. Tutto è iniziato da una chiazza di rifiuti radunati e spinti dalle correnti in un punto al largo del Pacifico. La chiazza è diventata grande due volte la Francia. E ha continuato ad allargarsi. Finché nel 2090 ha unito la costa americana a quella dell’Asia.

Andreas ha lottato al fianco delle associazioni ambientaliste

fin da quando era un ragazzino, ma non c’è stato niente da fare.

L’oceano Pacifico è perduto e l’espansione del Vortex non si è fermata.
Con l’ecosistema marino distrutto, la crisi del petrolio e il global warming, tutto è precipitato, a catena. Ma non pensavamo che si sarebbe arrivati a questo. Al buio, all’oscurità. Al silenzio, rotto solo dalle sirene incessanti. I grattacieli e i palazzi sono neri, dalla mia finestra ne intravedo le sagome nella notte. Se davvero siamo alla Crisi Energetica
Globale, come faremo a sopravvivere? Tutta la nostra civiltà si fonda sull’uso della corrente elettrica e delle tecnologie informatiche. Siamo perduti. Vorrei solo che Andreas tornasse a casa, sapere che sta bene. Mio padre diceva sempre: È solo guardando il passato che si può capire il presente. E solo alzando la testa verso il futuro si possono superare gli errori del passato. Ma il futuro è avvolto dall’oscurità, impossibile scorgerlo. E il nostro presente? Da mesi spariscono persone, il Governo
raccoglie libri, ci è stata imposta la consegna di tutto il materiale cartaceo considerato inutile, come riviste, giornali, vecchi quaderni, fotografie. A che scopo?
Ho paura che stiano cercando di cancellare la nostra memoria. Si parla con ottimismo di Civiltà Nuova, ma cosa significa?
Ho paura. Ho paura che si perda il controllo, che la paura stessa ci spinga ad agire senza considerare le conseguenze profonde delle nostre scelte. La mia amica Amelia aveva cominciato a portare via libri dalla biblioteca in cui lavora e a nasconderli in casa. Le ho dato della pazza, ma adesso non lo so più. Vorrei capire cosa sta succedendo. Vorrei solo che le sirene smettessero di urlare e che tornasse
la luce. Mi sono alzata per premere l’interruttore. Ma tutto è rimasto buio e immobile. Smetto di scrivere, è meglio conservare la candela.

Penelope Swayne
Prima parte
Si doveva vivere (o meglio si viveva, per un’abitudine
che era diventata, infine, istinto) tenendo presente
che qualsiasi suono prodotto sarebbe stato udito e che,
a meno di essere al buio, ogni movimento sarebbe stato visto.
GEORGE ORWELL, 1984

1

Quando rientrò a casa quella sera, Picabo non trovò sua madre Penelope.

Non era in salotto, con un bicchiere di ecotè in mano, e nemmeno al lavoro nella camera oscura. Picabo non udì la sua voce che la rimproverava perché aveva di nuovo tardato, né sentì l’odore del cibo riscaldato per la cena.
«Mamma?»

La cercò nelle stanze in penombra, l’eco pesante dei suoi anfibi sul pavimento di legno che risuonava come
un boato nel silenzio.

Si avvicinò a una delle finestre e scostò la tendina: la via era deserta e priva di illuminazione, con le facciate dei palazzi immobili e avvolte dalle prime ombre della notte. Gli abitanti di Coldbay erano rincasati al tramonto, come da Programma, e la città era piombata in una quiete innaturale.
Sua madre avrebbe dovuto essere già a casa.

Tonfi leggeri di passi provenienti dal piano di sopra, accompagnati da uno scricchiolio di vecchie assi e dal

suono ovattato di un sassofono, ruppero il silenzio. Picabo non era sola, nel quartiere di Red Bricks. I suoi amici si preparavano per la lunga serata. Ma in quel momento neanche la loro presenza nel palazzo le era di conforto. Non può sparire come gli altri, si disse, trattenendo le lacrime. Aveva sempre detto che non l’avrebbero presa.
Si sedette sul divano ad aspettare. Tenne gli occhi fissi sulla porta d’ingresso, concentrandosi.
Torna, pensava, torna. Un rumore di bestia che rosicchia e gratta la raggiunse dal battiscopa dietro la poltrona di velluto stinto. Picabo non si mosse e sbatté le palpebre, come se servisse a vederci più chiaro nell’oscurità che le era calata addosso gradualmente, un minuto alla volta.
Sentì di nuovo grattare con insistenza.

«Vattene via» gridò, stringendo i pugni. In quel momento voleva solo concentrarsi su quella stupida porta

che rimaneva chiusa. Ma l’animale aveva un compito e non se ne sarebbe andato prima di averlo portato a termine. Se non l’avesse liberato dal battiscopa, presto avrebbe cercato un’altra via per infilarsi nel soggiorno. L’ultima volta era passato da una crepa all’interno della credenza, in cucina, e si era fatto uno spuntino con le loro razioni alimentari. Sua madre non era stata affatto contenta. Lei odiava i ratti.

Torna, pensò di nuovo Picabo, serrando le labbra. Era insopportabile, il vuoto.

Si decise ad alzarsi, con movimenti stanchi. Spostò la poltrona e tirò via il battiscopa, che cedette facilmente, rivelando un buco nel muro. Un ratto saltò fuori dall’apertura e si mise a zampettare in circolo attorno alla stanza, schivando i mobili con rapida precisione prima di fermarsi di nuovo davanti a Picabo.

«Hai ragione, non dovevo farti aspettare. Tutto questo non è colpa tua» gli mormorò lei.

Prese il topo, che si lasciò sollevare senza opporre resistenza, e si rimise in piedi. Raggiunse la piccola scatola di controllo che gestiva l’impianto elettrico del soggiorno, posta sul muro accanto alla porta d’ingresso, e tirò fuori dalla tasca posteriore dei pantaloni una tessera magnetica di plastica rigenerata. Quando la infilò nell’apposita fessura, la lampadina appesa al soffitto si accese lentamente e nella stanza si diffuse una luce fioca appena sufficiente a distinguere i mobili e gli oggetti. Eppure, le ferì gli occhi come se si fossero sprigionati migliaia di watt. Picabo ricacciò di nuovo le lacrime indietro e guardò il ratto che teneva tra le mani. Sulla schiena, legato con un laccio di gomma, aveva un pezzo di plastica rigenerata. Riconobbe le lettere incise nella plastica con grafia rigida e incerta: Fitz. Il suo vicino che aveva la fissazione del DreamBox.

Infatti, il suo messaggio era il solito: Shot

Fitz era cresciuto nel quartiere di Hunters Point, e come tutti i ragazzi di quella zona amava le immagini digitali. Da quando si era trasferito a Red Bricks era riuscito a disintossicarsi e aveva imparato a occupare il suo tempo libero in altri modi. Ogni tanto, per esempio, suonava il sassofono. Ma se chiedeva a Picabo di condividere uno shot con lui, perché gli shot condivisi erano meno pericolosi per le cellule cerebrali, voleva dire che si sentiva nostalgico, o agitato, o insofferente. Una qualsiasi delle emozioni negative nell’ampio spettro dell’animo umano.

Picabo lasciò andare il ratto, che sparì nel buco da cui era uscito, fulmineo. L’idea di uno shot in quel momento era confortante anche per lei. Per una volta non le importava ciò che sua madre pensava del DreamBox.

«Non si risolvono i problemi facendo credere al cervello di essere da un’altra parte, Picabo» le ripeteva. «Tu
sei qui, adesso. È con questo che devi fare i conti.

E tu dove sei, adesso?, pensò, con un peso indefinibile sul cuore e un velo di rabbia.

Da quando era nata, Picabo sapeva che quel momento sarebbe potuto arrivare. Arrivava per tutti. Ma sua

madre era sempre sembrata sicura che avrebbe trovato il modo di evitarlo, come con ogni regola della Civiltà Nuova che non le andava giù.
Penelope Swayne sapeva come tirarsi fuori dai guai.
Sapeva cosa era giusto e cosa sbagliato. Sparire, lasciando una figlia quasi sedicenne ad affrontare la vita che era prevista per lei, come per tutti gli abitanti di Coldbay, non rientrava tra le cose giuste.

Picabo si pulì il naso con la manica della maglia fatta di toppe colorate ed estrasse la tessera dalla scatola di controllo. Mentre la lampadina tornava lentamente a spegnersi, lei aprì la porta d’ingresso e scivolò fuori, nell’androne del palazzo. Il monolocale di Fitz era al primo piano. La porta era già aperta: le bastò spingerla per entrare e ritrovarsi nell’unica stanza in cui viveva il suo nuovo amico, arredata con pochi pezzi malridotti ma profumata di un’essenza strana che Picabo non riusciva a identificare.

«Bel buio, stanotte» esordì Fitz, alzandosi da un divano senza gambe rivolto verso la finestra. Indossava un

paio di boxer e nient’altro. Aveva la stazza di un armadio e un’espressione buona dietro le cicatrici che gli sfregiavano il viso.

«Non più pesto del solito» replicò Picabo. «Ma perfetto per uno shot. Ciao, Myra.»

Una ragazza longilinea, dalle spalle molto ampie, le fece un cenno dal divano, sventolando il braccio. La ragazza di Fitz, che quasi ogni notte veniva a dormire a Red Bricks con lui, ma di giorno viveva a Hunters Point. Avvicinandosi, Picabo notò che anche lei era a torso nudo.

Picabo fece una smorfia involontaria. Le ragazze di Hunters Point andavano contro le regole solo perché sapevano che non avrebbero vissuto tanto a lungo da dover rientrare nel Programma obbligatorio di Procreazione. Ma a lei non sembrava un motivo sufficiente per comportarsi come una...

«So quello che pensi di me» continuò Myra, senza muoversi dal divano. Aveva i sensi ipersviluppati e percepiva ogni vibrazione che aleggiava nell’aria, come se leggesse nella mente degli altri. Si era accesa una di quelle sigarette mefitiche che si vendevano al mercato nero, come se non le bastassero tutti i veleni che respirava ogni giorno nel suo quartiere. «Guarda che io a Fitz gli voglio bene davvero. Lo conosco da una vita.»

«Conosci un sacco di gente da una vita» replicò Picabo, d’istinto. Si morse un labbro, pentita. Non le piaceva giudicare gli altri. Myra alzò le spalle. Poi le lanciò qualcosa che aveva preso da un angolo del divano. Nella penombra, Picabo non riuscì ad afferrare l’oggetto al volo. Dovette chinarsi a raccoglierlo dal pavimento, sotto lo sguardo divertito di Myra. «Che cos’è?» le chiese, rigirandosi tra le mani una bustina blu, sigillata.

«È il mio regalo di compleanno. Ingoiala se vuoi fare sesso senza aderire al Programma di Procreazione. In

questa città ci sono già abbastanza infelici» rispose la ragazza, sistemandosi i lunghi capelli neri dietro la nuca.

Picabo guardò la bustina, poi Myra, e notò ancora una volta la cicatrice che la ragazza aveva sul polso, nel punto in cui avrebbero dovuto esserci i numeri di identificazione.
«Io non...» mormorò a bassa voce.

«Se i Gendarmi ti beccano con quella, sei finita» la interruppe Fitz, raggiungendole con la scatola del Dream-

Box in mano. La scosse per dare l’idea di quanti meravigliosi shot avesse collezionato. «Nemmeno le immagini digitali irritano Cox quanto qualcuno che cerca di divertirsi senza procreare.

Picabo infilò la bustina in uno dei tasconi dei pantaloni senza fare altri commenti. Myra si alzò, recuperò

dei vestiti da una sedia sbilenca e iniziò a infilarseli con gesti bruschi.
«Be’? Che fai?» le chiese Fitz.

«Lo sai che quella roba mi annoia. Godetevela. Io vado a farmi un giro qui attorno» rispose Myra. Ai ragazzi
di Hunters Point del coprifuoco non importava. Si muovevano nella notte come ombre, e Picabo li invidiava 

per questo. Alei il buio dava sempre una sensazione di disagio. Fitz alzò le spalle e tirò fuori il suo DreamBox dalla tasca: una piastrina grande come una carta di credito, con sopra alcuni tasti rudimentali, in cui era racchiusa tutta la tecnologia illegale del XXII secolo.
Picabo collegò i suoi due auricolari dalla forma conica e appuntita, che penetravano perfettamente all’interno

dell’orecchio, alla doppia uscita del DreamBox di Fitz.
«Tocca a te scegliere» le ricordò Fitz.
«Hai qualche spiaggia nuova?» chiese lei senza esitazione.

«Oh, ma che richiesta insolita» ironizzò Fitz, dandole una gomitata affettuosa. Scavò nella scatola in cui conservava decine di piccolissimi microchip colorati. Ne pescò uno e lo inserì sul retro del DreamBox.

Si infilarono le cuffie e chiusero gli occhi. Aprire gli occhi durante uno shot significava rischiare che la sovrapposizione dell’immagine mentale con quella reale mandasse il cervello in tilt.
«Pronta?»

Picabo annuì e prese la mano di Fitz. Aveva paura di farsi uno shot senza avere il contatto con qualcuno, nella realtà. Temeva di potersi perdere per sempre dentro l’immagine, e ultimamente non era nemmeno più tanto sicura che le sarebbe dispiaciuto. Non appena Fitz premette il tasto play, un’immagine vivida si formò nella loro mente come un ricordo vero e violento. Picabo lasciò che la visione della spiaggia in tempesta

le invadesse il pensiero e colmasse ogni angolo della sua coscienza. Le onde si infrangevano sulla battigia con una potenza maestosa, tra gli spruzzi di spuma bianca. L’acqua limpida abbandonava sulla sabbia conchiglie e stelle marine, mentre il cielo cupo si spaccava all’orizzonte per far passare un raggio di sole che annunciava la schiarita.

Nessuno, a Coldbay, aveva mai visto uno spettacolo del genere. Lo shot durò pochi secondi, un’immagine priva di suoni che lasciò i due amici col fiato corto anche quando fu svanita del tutto. Picabo sentì il cuore che accelerava bruscamente e strinse la mano di Fitz senza aprire gli occhi, aspettando che la tachicardia passasse e tutto riprendesse a scorrere con un ritmo regolare. Il ritmo del presente.
«Wow» esclamò Fitz.

«Era bellissima» sospirò Picabo. Poi, senza sapere perché, scoppiò in lacrime.

Pupottina no lo sa se avete letto o meno, ma  pensare ad un futuro in cui la vita di ognuno è scandita da tempi decisi dal “governo” e in cui le ragazze al compimento dei sedici anni devono prendere marito e procreare la inquieta. E' assurdo per come viviamo  in Occidente adesso, in un periodo nel quale le sedicenni possono solo essere viziate e non  date in sposa. In una situazione di emergenza (ma è poi davvero così?) imperativo è la continuazione della specie umana. In un futuro così che annulla la libertà di scelta con l’imposizione e la violenza, Picabo è in possesso di un oggetto che testimonia l’esistenza di una via d’uscita, la sua sfida è anche la nostra: sovvertire un sistema che non ha ragione d’esistere.

Voi, che cosa ne pensate?
E' brutto fermarsi quando un libro inizia ad entrare nel vivo ... 
Trovate tutto QUI.

venerdì 11 novembre 2011

11/11/11 Strane coincidenze astrali

Cari Amici Blogger,
se non avete notato la strana coincidenza della data di oggi, ecco che Pupottina ve la mette in evidenza ...
Ma vuole raccontarvi anche qualcos'altro che riguarda i trascorsi, tristi giorni, in cui Kevin non era con lei.
Tutti, ma proprio tutti, intervenivano per darle conforto. 
E non lo so se è capitato anche a voi, ma chi andava a darle aiuto, conforto, non faceva altro che scaricarle addosso i propri problemi ...
Ed è proprio così che Pupottina è venuta a conoscenza delle situazioni sentimentali più assurde ...
Sì, lo sa, è difficile trovarle più assurde della sua (Kevin fuggito, tornato dalla sua mamma, perché spaventato dall'idea di diventare papà). Sì, è ancora la barzelletta di paese. Tutti lo prendono in giro ... ma se l'è voluta lui ;-)


La storia, che vi voglio raccontare, è quella di Marta, la vicina di casa. Da luglio, Pupottina aveva notato che la nuora, Alessia, viveva con lei. Non c'era stata mai l'occasione e non avevano parlato. 
Saputo della fuga di Kevin, Marta è andata a fare visita a Pupottina, portandole un cesto di frutta e a raccontarle i suoi guai. Ogni tanto, Pupottina aveva sentito urlare nella casa accanto, ma aveva preferito non impicciarsi.
Ora ne conosce il motivo: il figlio di Marta, Francesco, ha lasciato la moglie, Alessia, lo scorso luglio, e l'ha allontanata dall'azienda dove lavoravano insieme. Per adesso l'ha spedita a vivere da sua madre per non doverle pagare gli alimenti. Continua a mantenere il figlio che è all'università, ma della moglie non ne vuole sapere. Per non trovarsi totalmente nel torto, ha chiesto alla madre di far lavorare Alessia nella sua piccola attività.
Anche questa sembra una storia assurda. Sicuramente ci saranno degli avvocati a lavoro per tutelare le parti.


Voi, che cosa ne pensate?
Se le mogli non soddisfano più i mariti, è giusto scaricarle dalla mamma? Sembra un po' come quando la mamma conservava i giocattoli dopo che i bambini ci avevano giocato?

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Compresi che l'ordine, a lungo andare, si ristabilisce da solo intorno alle cose (Raymond Radiguet)

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